27 ottobre 2008

Facebook: un fenomeno tutto italiano


La comunità italiana di FaceBook, il "libro delle facce", ha superato i 2.250.000 (a parole suona meglio: due milioni duecentocinquantamila) iscritti.

Per capire con che cos'abbiamo a che fare immaginiamoci di mettere insieme tutte le facce - appunto - della città di Roma con uomini, donne, vecchi e bambini.

Il villaggio globale preconizzato da Herbert Marshall McLuhan nella metà del secolo scorso non è mai stato tanto evidente come dall'avvento dei programmi e dei siti di social network.

All'inizio, anche se non fu proprio il primo, cominciò ad avere successo LinkedIn, il sito di condivisione di reti professionali. Da allora ci provarono in tanti: Google con Orkut, Neurona e poi Xing o Netlog per i più giovani…

Eppure mai nessuno era arrivato ai risultati di FaceBook.

Ora sono in tanti ad interrogarsi sul senso di questo successo.

Pietro Gentile e con lui Vittorio Pasteris sostengono che si tratti di un sito per giovani americani diventato presto uno strumento per adulti italiani.

Eppure su Facebook ci sono nomi famosi statunitensi cui è possibile richiedere di fare parte della propria rete di contatti.

Sono in molti a pensare che si tratti di un fenomeno completamente inutile, ma la sua improvvisa virulenza lascia qualche dubbio in proposito.

Al di là dei tanti meccanismi di funzionamento e della ricchezza delle applicazioni, quello che emerge non è il programma, ma il comportamento d'uso. Ci si comporta tenendolo sempre aperto come un ambiente in background che ti fa percepire che cosa sta avvenendo nella rete di persone che conosci, proprio come se fossero nello stesso luogo assieme a te. Non ci si scambia neppure molti messaggi, anche se è possibile ogni tanto chattare con qualcuno che hai visto disponibile. Ma ben difficilmente può essere considerato il luogo di appuntamenti amorosi, in quanto, fra l'altro, è troppo esposto e il target è ben diverso.

È la percezione di comunanza simultanea che fa la differenza.

Con quasi due milioni e mezzo di iscritti ci trovi un po' tutti: amici che avevi perso di vista, compagni di scuola insospettabili…

Non vai su FaceBook per uno scopo, come nel caso, ad esempio, di LinkedIn: ci vai solo per andarci e può accadere che avvenga qualcosa in genere del tutto imprevisto. Il bello è proprio questo.

Ci metti le tue foto, un video di YouTube che ti è piaciuto o un link interessante e non ci pensi più; non ti preoccupi di chi possa essere interessato.

Insomma, il primo elemento interessante è proprio questa condizione del tutto stocastica, incidentale, casuale del mezzo ad essere del tutto originale. Diversamente da un Instant Messenger, come MSN, ad esempio, o da un programma di comunicazione integrato come Skype, FaceBook si caratterizza come un ambiente.

La seconda, e personalmente ancora più interessante, considerazione è che questo "Ambiente" si distingue per privilegiare una dimensione locale, un po' com'era per le vecchie BBS, gli ambienti virtuali creati nel computer di qualche amico della tua città e spesso del tuo giro - solo che quello era per nerd, per smanettoni, mentre questo è facile per tutti e attira soprattutto quelli meno pratici per la sua semplicità. Per la prima volta si torna a vedere su Internet qualcosa di simile alle comunità della Baia, quella di S. Francisco, descritte nell'ispirato "Comunità Virtuali" di Howard Rheingold.

Non è perché FaceBook sia bello che si sono iscritti tanti Italiani, ma piuttosto è perché si sono iscritti tanti Italiani che la gente si iscrive a FaceBook. Io ci ero entrato circa un anno fa e poi non c'ero più tornato, perché era un ambiente staunitense (oltre che allora piuttosto grezzo) e sentivo che non avrei avuto nulla a che fare con tutto ciò. Oggi è un mondo diverso: conosco molte persone e trovo esperienze che mi dicono qualcosa in una lingua con cui mi sento a mio agio.

Insomma, la gente sente meno il bisogno di potenza della rete delle reti che ti dà l'illusione di avere sottomano il mondo, nello stesso modo in cui sta conoscendo il piacere di consumare di meno, e per un senso di ecologia, di pulizia mentale, non solo perché costretta a risparmiare. Quello che desideri è stare a casa tua, di parlare la tua lingua, di potere contare sulla comprensione che deriva dal fare riferimento alle stesse esperienze e allo stesso modo di pensare condiviso in una mente locale, invece che globale.

Non è raro ricevere richieste dal resto del mondo, ma quello che colpisce è che la maggior parte di queste è costituita da gente che ha il tuo stesso cognome e che desidera ricostruire una comunanza, una vicinanza, delle radici e ricreare il borgo dell'appartenenza com'era un secolo fa nelle comunità contadine.

Il Social Network mostra il bisogno del ritorno ad una dimensione umana, al "villaggio esteso" di tipo naturale più che al "villaggio globale" potenzialmente infinito. Esprime il bisogno di occuparci più della scuola dei nostri figli o delle possibilità di aprire progetti di lavoro o associazionistici nella tua città, piuttosto che nella tua regione.

Si fa sempre più difficoltà a sentire il parlamento o il governo come un soggetto che ci appartiene, figuriamoci quale voglia abbiamo di interessarci di chi sarà il presidente USA o dei nuovi ricchi russi. Ce li troviamo fra i piedi e sappiamo che la nostra vita è condizionata anche da quei fatti, ma non abbiamo più voglia di disseminarci in quel villaggio globale.

Preferiamo di gran lunga, ne sentiamo anzi un bisogno sempre più prepotente, percepirci in una comunità di vicinanza, di quartiere e di condivisione della storia del tutto locale. Chiederci che tempo fa, come va la scuola di tuo figlio, che cos'hai fatto nel week-end, se hanno aperto il nuovo negozio vicino…

Abbiamo bisogno di una vita qui e ora, di una piazza del paese, di abitudini quotidiane, della percezione della comunità del borgo…

Siamo stanchi del Mondo.

E la tecnologia di successo e quella che finalmente ci consente di "tornare a casa".

2 commenti:

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