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27 marzo 2011

Il Web 3.0 pensionerà la nostra specie

Intervistato da Jason Calacanis al Liveblogging SXSW, Tim O’Reilly ha spiegato il seguito del tormentone del Web 2.0 che, in mancanza di meglio, ha battezzato grattando il barile della sua originalità Web 3.0.

Chi ha qualche anno in più, e Tim ne ha abbastanza, dovrebbe ricordare, non solo il Web Semantico, ma anche la parabola precoce del cosiddetto M2M (che stava per la metafora del sistema di macchine a generazione autoreferenziale, machine-to-machine).

A fronte di un'intelligenza su network che, inflazionandolo, ha impoverito il valore di quello che ritenevamo più prezioso, come la comunicazione, l'informazione, la cultura, stiamo giungendo ad un'auto-generazione di referenze (i tag) che a loro volta mescolano i contenuti, confondendo le parole con le conoscenze, il consumo con l'elaborazione, la lettura con la meditazione.

Facendo eco all' Howard Rheingold di "SmartMobs" e al Don Norman de "Il computer invisibile", Tim nota come gli smartphone, la geolocalizzazione, i feed rss… stiano costruendo attorno a noi una rete neurale che vive e "pensa" al nostro fianco. Questo sta ribaltando i rapporti di forza: non è più lei che serve noi, ma siamo noi ad essere i suoi burattini, come la premonizione dei tempi mefistofelici intuiti da Rudolph Steiner un secolo fa.

Dobbiamo ricordare che Internet e il Web, qualsiasi sia il suo numero, non è né indispensabile, né invulnerabile. Pensiamo solo a quello che accadrebbe nel caso di un crash magnetico come quello ipotizzato da certi catastrofisti. Potremmo pensare che si tratti di un'eredità che la nostra specie, nella sua variante cosiddetta "occidentale", capitalistica, sovra-produttiva e consumistica, lascia alla storia. Ma Alessandria e la sua biblioteca, come forse Atlantide e la sua civiltà, sono rimaste cancellate e con esse la storia che avrebbero dovuto testimoniare. Internet, riprocessando tutto il riprocessabile, finirà come una funzione statistica per ridurre tutto ad un rumore di fondo.

Quello che dovrebbe interessarci, ma sembra che non sarà mai così, dovrebbe essere il nostro lavoro, la nostra capacità di pensare, di inventare il futuro… tutto quello che sapevamo fare prima di impigrirci nell'ultimo epifenomeno entropico della tecnologia.

Alle origini della nostra cultura vi era la trasmissione orale ed il passaggio a quella scritta veniva visto dai saggi antichi come un impoverimento, perché i Maestri non potevano trasmettere il proprio insegnamento senza la propria presenza. Questa maestria è tipica di molta formazione di tipo iniziatico, come ad esempio quella caratteristica dell'apprendimento della psicoterapia. I libri possono aiutare a ricordare quello che hai imparato, ma non insegnare. Per questo la scuola delle nostre Nazioni è un vuoto a perdere e con essa tutte le conoscenza che possano essere ridotte ad archivi semantici di parole e meccanismi bulimici consumistici.

Internet, nelle incarnazioni di qualsiasi Web 3.0, non potrà sostituire l'essenza della civiltà umana nelle sue luci ed ombre, ma solo chiudere la parabola della delega di un presidio faticoso: quello della condizione umana.

Personalmente mi domando perché scrivo ancora - su web o su carta, poco importa. Poi mi rispondo che il fine principale è quello di chiarirmi le idee, perché la mia coscienza sia testimone della storia che attraverso. In fondo Leibniz non aveva torto e neppure Maturana e Varela: siamo monadi autopoietiche; abbiamo in comune accoppiamenti strutturali, ma la storia che ci interessa è tutta dentro quel testimone della nostra esistenza che chiamiamo, non senza una certa promiscuità, coscienza.

Ormai quindici anni fa, tondi tondi, il sottoscritto scriveva in una delle parti da lui curate del lavoro corale Sesto Potere il paragrafo che segue. Non lo cito per rivendicare ridicoli riconoscimenti, ma solo per sottolineare come il "nuovo" che verrà sarà già stato vecchio molto tempo prima. La tecnologia è il dito che i geek stolti fissano per evitare di guardare la luna che da sopra sogghigna a guardare il nostro eterno infantilismo.

"Hans Moravec, responsabile del Mobile Robot Laboratory della Carnegie Mellon University, ciò a cui stiamo tendendo è di diventare de-gli Dei morti in qualche Olimpo a favore di una nuova specie robotica? Un po' come nel racconto di Borges, Le rovine circolari, in cui un mago trasformava il sogno di un essere nella sua concretizzazione reale, per poi scoprire che qualcuno aveva fatto un giorno lo stesso con lui? Veniamo dunque alla “fantascienza”. Nel suo libro Il gene egoista, Richard Dawkins concepisce un'umanità composta da ex-scimmie che, arrivate a modifi-carsi per ridurre gli atti e le decisioni ripetitive facendo uso di processi genetici, oggi sono giunte a creare una cultura talmente complessa da rendere obsoleti i tempi dell'evoluzione biologica. Per questo l'uomo oggi ha bisogno di macchine per “digerire tutta questa conoscenza”. Provate a domandarvi cosa accadrebbe se qualcuno da qualche parte nel mondo inventasse una macchina in grado di recepire dalla Rete delle reti tutte le conoscenze disponibili per poi elaborarle. Immaginiamo che si fossero inventati una serie di algoritmi combinatori che coniugassero le informazioni con degli schemi di significato per creare in continuazione nuovi testi, nuove teorie, nuovi racconti. Per scrivere le telenovela si fa già così. Siamo sicuri che sarebbe così impossibile creare una cultura delle macchine che si autoalimenti? Possiamo dirci certi che questa possa non risultare peggiore della cultura media di questo fine secolo? Ci troveremmo di fronte a una tale inflazione della conoscenza che la torre di Babele sarebbe paragonabile a una piccola disputa fra amici. Lo scollamento fra i nostri bisogni e la produzione culturale genererebbe un'esistenza paradossale e alienante. La cultura non verrebbe a essere più un bene, ma solo una forma di inquinamento. Lo scrittore di fantascenza Vernor Vinge sostiene che la curva di crescita delle conoscenze e della tecnologia, a causa di continue moltiplicazioni in tempi sempre più ristretti, arriverà a quello che egli chiama un “punto di singolarità”. Si tratta di quel momento in cui l'uomo non avrà più la capacità di assimilare e utilizzare l'informazione, le conoscenze e i mezzi per produrle e diffonderle finendo pertanto per separarsi dalla propria stessa cultura. Questa situazione, attesa per la prima metà del prossimo secolo, lascerà spazio solo all'imprevisto e all'assolutamente nuovo. A quanto cioè esca dai paradigmi culturali utilizzati finora. Qui si innesta la suggestione di Hans Moravec. Egli arriva a ipotizzare la realizzazione di quello che era il sogno di Nietzsche, il superamento della condizione umana. Le macchine portano avanti quell'evoluzione a cui non avrà più parte l'uomo, perché specie superata o perché grazie a que-sta delega avrà finito con il privilegiare altre mete. Potremo puntare a un ritorno allo stato primigenio, quello che precedette la nostra “missione” evolutiva, attraverso il recupero della dimensione tribale.

“Contrariamente alle convinzioni dei fanatici dell'etica del lavoro, il nostro passato tribale ci ha preparato – spiega Moravec – a una vita da nababbi. La vita dei cacciatori-raccoglitori doveva essere davvero piacevole: un pomeriggio trascorso all'aperto a raccogliere fragole o a pescare – quello che noi uomini civilizzati facciamo il fine settimana – dava di che vivere per parecchi giorni. Molte delle attuali tendenze presenti nei Paesi industrializzati lasciano presagire un futuro in cui gli esseri umani saranno supportati da una ricca economia basata sul lavoro dei robot, come i nostri antenati erano supportati dall'ambiente naturale che li circondava”. (...) Ma è davvero possibile un ritorno alla dimensione tribale nel contesto dell'odierna società dei consumi? I cacciatori-raccoglitori vivevano in gruppi di trenta-quaranta individui all'interno di spazi immensi ed erano scarsamente interessati all'accrescimento della ricchezza materiale al di là del li-vello di sostentamento. Inoltre, contrariamente alla nostra civiltà che ha completamente perso la dimensione del sacro, la loro preoccupazione principale era legata ai valori religiosi e alle attività cerimo-niali e rituali. (da Valerio Saggini, “La mente Immobile”, Virtual, n. 27 gennaio 1996, pag. 78)
Se questo può sembrare uno scenario fantascientifico, secondo l'accreditato futurologo John Naisbitt il processo di tribalizzazione sarebbe già in atto. Nel suo nuovo libro questo neo-tribalismo, contrapposto e complementare all'ideologia universalista di origine illuministica, è funzionale alla volontà di superare la dimensione politica globale per approdare a un'etica dei gruppi. Le tendenze nazionalistiche sempre più diffuse sarebbero quindi da reinterpretare in chiave di appartenenze più vicine, del bisogno di forme di comunicazione più coartate e meno “globali” seppure in presenza di una contemporanea globalizzazione radicale. Per esemplificare, immaginiamo un mondo in cui, non solo ogni stato, ma ogni regione, provincia, città avessero delle frontiere. La frontiera stessa perderebbe tutta la sua attuale importanza e paradossalmente ci troveremmo a vivere in un mondo in cui i singoli riuscirebbero a comunicare, a scegliere ognuno per la propria vita e ad avere un pensiero legittimamente localista, senza più confini seri da legittimare e riaffermare violentemente. Eticamente ci potrebbe essere quindi coesistenza di solidarietà ed egoismo, di interessi universali e cura del privato. Si vivrebbe con meno preoccupazioni della proprietà e con una percezione territoriale più allargata, ridimensionando l'attuale mobilità selvaggia di singoli e di gruppi. In un mondo simile potrebbe aver luogo quel recupero dei valori umani altrimenti impossibile. Il bisogno di tribalità (come si può leggere, nel senso positivo del termine) lo si può ravvisare nel sempre più abitudinario ritorno alla tradizione e alle culture dei vecchi, e ancor più, nel recupero in nuove forme dell'espressione di religiosità. Il richiamo al tribalismo fa tendenza e così, sulle orme del miracolo commerciale di Wired, accade che persino una rivista di costume e tendenze nostrana, Village, si ponga come riferimento per le tribù contemporanee. Tutto sembra indicare che il punto di svolta possa essere dato dal supera-mento dell'identificazione delle funzioni mentali in quelle del calcolo e del problem solving. È convinzione diffusa che delle nostre sole potenzialità cerebrali si stia sfruttando solo una minima parte. Delegare al computer quelle tradizionali potrebbe lasciarci molto più tempo per lavorare a identificare e potenziare le altre. Prima fra tutte proprio quella coscienza vigile che ci fa dire (parafrasando il Cogito cartesiano) che siamo in quanto ne siamo consci.
tratto da: Martignago, Pasteris, Romagnolo, Sesto Potere, Apogeo Editore, Milano, 1997



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03 febbraio 2011

Angeli e demoni

Esistono due tipi di orrori.

Il primo è il linguaggio che è all'origine del pensiero formale e quindi dell'io, della sofferenza e dell'egoismo che accompagna la superbia, sorella dell'odio, delle religioni storiche e del fanatismo.
Il secondo sono i sensi che sorreggono i bisogni, il piacere e il dolore (che è diverso dalla sofferenza), l'ingordigia e la schiavitù, sadismo e masochismo, cinismo crudele e quello che millantiamo come amore.

Steiner diceva che sono entrambe forze demoniache. Ha chiamato la prima Lucifero e la seconda Mefistofele. Il primo ha la natura della divinità, tende all'alto: è un tipo di Angelo. Il secondo è una creatura della caduta, dell'esilio sulla terra, una malattia dell'imprigionamento: un Leviatano.
Tutto quello che possiamo fare - e sarebbe tantissimo - è solo riconoscerli e chiamarli per nome nei momenti semplici di tutti i giorni: non nelle notizie del telegiornale e nel lontano, ma di fianco a noi e in noi.
Tocchiamoli, ancoriamoli etichettandoli senza seconde intenzioni, come si fa giocando a darsela: si tocca e si dice "ce l'hai!".
Il più delle volte i demoni sono indeboliti al solo essere riconosciuti per quello che sono, mentre a giudicarli spesso finiscono per vincere loro.


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14 ottobre 2009

Panem et circenses

A cavallo dell’inizio secolo un grande esoterista, Rudolph Steiner, dopo aver curato la biblioteca di Goethe e di Nietzsche, ha battezzato la sua scienza dello spirito applicata “Antroposofia”.

Rispetto ad altri saperi esoterici, questo ha generato applicazioni concrete in moltissimi ambiti del sapere: dalla pedagogia (ispirò quella montessoriana), alla medicina (ancora oggi viene sempre più usata), all’alimentazione e l’agricoltura (l’alimentazione biodinamica fu insegnata da lui), all’arte, l’architettura, e così via. Alcuni anni fa un commentatore tutt’altro che spiritualista del Sole 24ore in un fondo sulle teorie macroeconomiche sostenne che l’unica a non venire smentita nel corso dei secoli è proprio quella di Steiner. Esiste un tratto comune in tutte queste applicazioni, ed è il modello della triarticolazione. Si tratta di una concezione originale tutt’altro che semplice da illustrarsi in poche righe. Diciamo che l’uomo (e non solo lui) ha bisogno di rappresentare ed essere rappresentato come articolato in 3 parti: 3 sono i corpi (quello fisico, quello eterico e quello astrale), 3 sono le fasi evolutive (l’incarnazione, la maturità e la disincarnazione), 3 le energie psichiche (volontà, empatia e astrazione) 3 le funzioni (sistema metabolico - assimilazione, sistema ritmico – respirazione/circolazione e sistema nervoso-sensoriale – consolidamento).

La tendenza dell’uomo storico è quella di fare scomparire un elemento – in genere quello centrale – della triarticolazione, essenzialmente per semplificazione, comodità, stupidità… Così fu durante il Concilio di Nicea quando lo spirito e l’anima vennero considerati sinonimi, così il modello borghese-idealista di Hegel e poi quello comunista Marx che si basavano sulla dialettica (il principio del 2-“dia”). Così nei modelli aziendali dell'impresa piatta che ha cercato di rimuovere le linee intermedie tra decisore ed esecutivo; l'età intermedia fra il vecchio e il neoassunto, la funzione intermedia fra economica e produttiva, il pensiero intermedio fra dato e agito, e così via. Così nell'attuale governance tra legge e cittadino.

Nelle conferenze del primo decennio del secolo scorso, Steiner spiegava che, a fronte delle più che giuste istanze di giustizia e rivalsa dello spirito popolare, la risposta marxiana era in tutto e per tutto speculare, ma proprio per questo strutturalmente identica a quella della borghesia e per questo avrebbe generato un modello complementarmente identico a quello del profitto capitalistico. Il dualismo può generare solo conflitto, dubbio e paralisi. Non per niente l’esegesi del termine “diavolo” si fonda sulla radice etimologica del “due” (diavolo significa essere originato dal doppio e quindi un “essere doppio”, falso per mancanza di autenticità – dell’unicità dell’ “uno” unico – di cui il 3 della triarticolazione è la manifestazione, il funzionamento dinamico).

Questo modello, non proprio semplicissimo da comprendere, risulta più chiaro se integrato nella rappresentazione che Steiner dà della figura cristica. Molto del suo pensiero si innesta in quello teosofico dell’800, rispetto al quale si differenzia soprattutto per l’inserimento della figura di Cristo che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, gli attirò più di ogni altro esoterismo l’ostilità della Chiesa cattolica, da sempre radicata sul 2.

La Storia sia per l’interpretazione dello Stato che per quella della Chiesa, è da sempre vista come fondata su due poteri: quello temporale (soldi e armi per soggiogare la libertà dei singoli) e quello spirituale (re-ligione come vincolo, legame che tiene uniti e al contempo schiavi). Una rappresentazione che ha un unico antagonista politico: il pensiero degli anarchici, contrari tanto allo Stato che alla Chiesa. Questo tipo di rappresentazione è una forma di prigionia proprio perché basata sul conflitto, sulla negazione e sull’illusione: “o con me o contro di me” che in realtà produce lo stesso risultato, quello dell’alternanza funzionale e complementare. Non è un caso che le Brigate Rosse avessero nel loro mirino, non tanto i "ricchi" quanto i contesti di mediazione, in maniera analoga a quello che fanno i potentati economici nei paesi poveri.

Dal punto di vista economico e politico la rimozione del terzo prende corpo in due principi apparentemente antitetici, ma intimamente complementari: il sistema del profitto (da non confondere con quello economico che è tutta un’altra cosa) e quello della norma – l’impresa e l’istituzione, la speculazione e la burocrazia.

Finché l’uomo si agiterà su questi binari sarà eternamente prigioniero dell’aspetto sociale del velo di Maya, della malia, del “panem et circenses” del tifo nel derby, dei nazionalismi, dell’intolleranza e dell’autoritarismo, nella speranza di un’evoluzione che afferma invece una paralisi di schiavitù.

In questo momento storico, mentre i paesi con una democrazia più matura stanno superando il dualismo politico con i governi di larga intesa, il nostro parlamento sta riaffermando il principio del due, ovvero l’illusione di un’alternativa. Questa è una tecnica nota nell’ipnosi per distogliere il paziente dalle sue attenzioni o dalle sue convinzioni, ma è sostanzialmente la stessa usata da illusionisti e truffatori quando ti fanno concentrare l’attenzione su un punto di interesse, mentre l’azione vera avviene in un altro luogo. Finché saremo costretti a tifare fra falsi fascisti e falsi comunisti, fra imprenditori e istitutori, fra il potere dei soldi e quello delle leggi, fra azione e regola, fra speculazione e burocrazia non potremo far altro che finire prigionieri del doppio, del diavolo, dell’illusione.

Per tornare a Steiner, egli sosteneva che il Cristo, al di là del personaggio storico, rappresentava il punto di incontro fra due istanze antitetiche, in quanto tali, diaboliche che egli chiamava il principio luciferico e quello arimanico (identificato con il Mefistofele del Faust di Goethe).

Il primo rappresenta l’ambizione di essere Dio, di superare la propria condizione storica e di ascendere alla divinità. Molto spiritualismo del nostro secolo si fonda su questa irrazionale presunzione che storicamente origina rigidità, autoritarismo, intolleranza, la stessa dei vari integralismi religiosi e delle violenze ideologiche. Il principio luciferico attira verso l’alto, alla negazione della vita e dell’incarnazione nella materia, al suicidio religioso, alla guerra santa o rivoluzionaria per la quale l’individuo non ha senso, è carne da cannone finalizzata alla causa o al principio: anche il marxismo e il leninismo condividono intimamente il detto di Hegel secondo il quale i campi concimati dal sangue dei morti nelle guerre tornano ad essere più fertili di prima.

Al contrario, quello arimanico tira verso il basso, verso la pancia, verso il possesso, verso il ritorno alla materia a discapito dei principi spirituali. Sembra paradossale quanto si somiglino le istanze borghesi con quelle socialiste: le prime inneggiano a valori spirituali e praticano il dominio materiale, i secondi il “materialismo” storico e praticano l’autoritarismo normativo. Gli integralisti si fanno forti dei capitali delle Borse capitalistiche che ringraziano, mentre le multinazionali dell’energia o degli alimenti sfruttano le instabilità politiche sudamericane e dei paesi poveri in genere. In realtà sono le due facce della stessa medaglia senza che una delle forze ostacoli sostanzialmente l’altra a patto di evitare un’ingerenza comunque impossibile. Come il sole e la luna, la notte e il giorno si alternano, l’uno non può mai stare del tutto (ma nel giorno esistono le ombre e nella notte la luna e le stelle) dentro l’altro, quando invece il regno dell’uomo è nell’alba e nel tramonto, la terra di mezzo dei miti e di Tolkien.

Questo sostanzialmente dice Steiner nelle conferenze sull’impulso di Michele (l’Arcangelo che è da intendere, diversamente dagli insegnamenti dell’ora di religione, come un impulso spirituale, un’energia e una coscienza archetipica universale) all’inizio del ‘900. Diversamente dall’archetipo luciferico, Michele si contrappone all’istanza arimanico, non per antitesi funzionale, ma per difesa e affermazione; laddove il primo nega la materia assoluta in funzione di un’ambizione divina assoluta, questo afferma l’amore e il rispetto per la materia fecondata dallo spirito che di essa si nutre ricambiandola con l’evoluzione. Nello stesso tempo egli è liberazione dal Samsara, illuminazione e Vuoto (shunyata), il "cammino di mezzo" tantrico, il tempo del Buddha Maitreya.

Steiner in quel periodo mostrava come la fine del ‘900 e l’inizio del 2000 sarebbero stati il momento in cui le energie arimaniche avrebbero toccato il loro culmine e avrebbero rischiato di distruggere la cultura umana, tentata dai due principi distruttivi opposti: seppellirsi con il furbo, bulimico e grasso "Mefistofele" o bruciare con il fiammeggiante, anoressico astenico "Lucifero". Solo l’impulso di Michele è in grado di arginare questo rischio. Steiner spiegava che lo spirito dell’uomo avrebbe percorso il cammino che porta negli Stati Uniti dove le radici celtiche di quel paese avrebbero dato origine a benessere materiale, scoperte scientifiche e invenzioni tecnologiche che avrebbero cambiato la faccia della terra e la qualità della vita fino a ridosso della metà del secolo. Superato questo apice la sinusoide avrebbe invertito la direzione iniziando a pagare lo scotto di quest’evoluzione in termini di impoverimento della Cultura umana – intesa in senso antropologico più che accademico. La conseguenza di questa perdita avrebbe corrisposto ad un allentamento della coesione sociale e, conseguentemente, al moltiplicarsi di contagi morbosi, di indebolimento delle difese e di epidemie.

Quando gli fu chiesto come immaginava si sarebbe verificato l’insediamento del “Re del Mondo” Arimane, presumibilmente lo stesso con cui si confrontò Gesù nel deserto, egli rispose che se lo immaginava sotto terra, intento ad una continua attività di calcolo (che similitudine con le nostre sale calcolo sempre più centralizzate e sfuggenti) per manipolare i destini dei popoli e degli uomini.

Non cadiamo troppo facilmente nelle sue illusioni di valori e di verità! Liberi dalle ghigliottine e dal “pane e giochi”.

29 settembre 2008

Siamo al comunismo

Per chi non se ne fosse ancora accorto, l'Occidente sta arrivando al Comunismo. Lo dicono i fatti, non le fedi ideologiche: che ci piaccia o no.

Probabilmente questo non avverrà oggi: magari entro quel 2012 che gli astrologi come Barbault indicavano essere il momento di rivolgimento, la fine della spirale ciclica astrale e del periodo della grande congiunzione, oppure l'inizio dell'anno solare degli Inca o dell'Era dell'Acquario… Sta di fatto che il periodo segnato dagli esoteristi combacia con quello che vediamo in TV: o si cambia, sovvertendo un modello culturale umano, o inevitabilmente si soccombe come gli Atlantidei dell'antichità mitologica.

Non si osserva tanto l'avvento del comunismo politico, quello andato in crisi con la caduta del muro di Berlino e che oggi è, al più, cosa per nostalgici di una rivoluzione di classi che hanno smesso di esistere. Piuttosto il comunismo economico, quello del Marx del Capitale da tempo preconizzato da quello che è forse il più marxiano-non-marxista degli economisti italiani, il Giulio Tremonti che oggi è Ministro dell'economia e delle finanze di un governo liberale.

Si sa, per chi non funziona a slogan, che esistono due Marx: uno, quello politico, autore del Manifesto del Partito Comunista, uomo del suo tempo che ha manifestato quelle che nei suoi anni potevano essere scelte cui credere e il cui testimone fu raccolto da politici come Lenin o Trotsky; l'altro, il padre del modello macroeconomico evoluzionistico neo-giudaico che nell'opera Il Capitale, oltre a riassumere in chiave economicistica la storia dell'uomo, disegnò lo scenario prevedibile per il futuro delle Nazioni più evolute.

Sbagliano quelli che sostengono fallita quella visione alla luce dei destini degli Stati che si richiamavano al Comunismo, perché proprio il principio evoluzionistico dell'economista tedesco sanciva che solo dove si fosse verificata la transizione che dal feudalesimo passa agli stati borghesi e a quelli del capitalismo privato si sarebbe potuto realizzare il passaggio al Comunismo, non tanto come ribaltamento violento, quanto come trasformazione naturale di un modello in un altro, in linea con il pensiero di Schumpeter. Ne consegue che le Nazioni che si sono richiamate al comunismo non potevano essere considerate comuniste, perché non erano ancora passate per il capitalismo privato.

Oggi viene da dire che quel giorno è arrivato e proprio nello stato dove il modello capitalistico è più evoluto e radicato: gli Stati Uniti d'America.
Lì, la crisi dei mutui sta mandando in rovina proprio i quartier generali dell'economia tradizionale, le banche private. Una dopo l'altra stanno crollando come tessere di un domino.

Solo l'intervento della Banca Centrale riesce ad operare per impedire la loro rovina. Non si può tuttavia pensare che questo tipo di intervento possa durare in eterno e se, alla fine, le risorse che sostengono le poche banche sopravvissute saranno le stesse per tutte, che cosa saranno queste ultime se non le filiali di un'unica agenzia, di un unico Capitale, quello degli abitanti della Nazione? Una situazione simile ad oggi fu quella che portò all'IRI nel pieno del fascismo della crisi economica e poi in quella del dopoguerra, ma qui la situazione internazionale è ben diversa e quello che è in ballo non sono due o tre aziende in crisi, ma l'intero capitale e il futuro delle Nazioni.

Ecco, quindi, che si realizzerebbe quello che intravedeva Marx, ovvero la concentrazione di tutto il Capitale in una cassa statale. Tali fondi dovrebbero innanzitutto sanare gli effetti di questa rivoluzione evoluzionistica, ovvero gli squilibri sociali e culturali che essa ha generato, garantendo in primo luogo la soddisfazione dei bisogni primari della popolazione (probabilmente intervenendo prima o poi anche nella sperequazione socio-economica). Ben poco potrebbero i capitali privati a questo proposito, perché il rivolgimento è talmente grande da vanificare il potere dei singoli.

Un "comunismo" ben lontano da quello dei partiti comunisti del recente passato, una transizione spontanea (Schumpeteriana, appunto), quasi naturale che però lascia aperte molte domande. In primo luogo il rapporto con la situazione internazionale, dove il potere economico è in mano a paesi che per la prima volta stanno sperimentando ancora il capitalismo privato. La trasversalità transnazionale delle condizioni economiche e sociali che porta a far somigliare meno gli americani, ad esempio, con gli altri americani, quanto i loro poveri con i poveri di tutti i paesi industriali, e così via. Mai come ora è importante difendere la Pace.

Il destino del lavoro, dopo le bolle dello yuppismo e del post-yuppismo virtuale: andare oltre l'economia che produce reddito dallo scambio di titoli, invece che dalla produzione di beni e servizi (l'attuale crisi delle borse). Un capitale centrato più sullo scambio del lavoro che su quello della valuta.

L'uso delle risorse e la riduzione dello spreco e dell'inquinamento. Il rispetto della Terra e la ricerca sostenibile come formula per il futuro. Un modello di vita meno orientato al profitto e più al recupero della socialità.

L'utilizzo evoluto delle tecnologie, rivolte all'empowerment delle risorse delle persone e non all'automazione di modelli automatici di standardizzazione di un paradigma socio-economico che non ha più nulla da dire o da dare. Lo sviluppo della collaborazione e di nuove forme di socialità basate su uno stare insieme felice, più che su un consumismo del superfluo.

Il recupero del localismo dopo una sbronza di globalizzazione imperialista alienante e spersonalizzante. Non si tratta né di abbandonare una prospettiva di internazionalismo dei confronti e della cooperazione, né di concedersi ad un nostalgismo degli antichi nazionalismi abbattuti assieme alle frontiere, ma casomai di approfittare dell'allargamento per rivolgersi al piccolo, ad un federalismo (l'unico ritorno possibile alla Politica ormai morta) che renda percepibili le scelte individuali, valorizzandole invece di ridurle all'impotenza di una visione troppo estesa e per questo schematica e banale. Seguire un modello "glocal" (vedi anche qui) avrebbe fatto sì che le banche europee, e quindi italiane, non finissero compromesse dall'esposizione al capitale statunitense. Il localismo è sostenibilità ed è il principio per cui è bene costruirsi attorno all'economia del piccolo ("Piccolo è bello").

L'elenco potrebbe proseguire a lungo, ma quello che conta oggi è guardare alla crisi, non come a una fine, ma come a un inizio e pensare alla qualità reale e non immaginaria della nostra vita, a partire da un cambiamento di schemi coatti. Un Marx che porta allo Steiner socio-economico, in cui l'uomo non è quello che mangia, ma un essere che crea le condizioni di vita migliori per lo sviluppo della propria natura nobile, della propria spiritualità.

08 ottobre 2007

Per l'Era di Michele

Dobbiamo sradicare dall'anima tutta la paura e il timore di ciò che il futuro può portare
all'uomo.
Dobbiamo acquisire serenità in tutti i sentimenti e sensazioni rispetto al futuro.
Dobbiamo guardare in avanti con assoluta equanimità verso tutto ciò che può venire.
E dobbiamo pensare che tutto ciò che verrà ci sarà dato da una direzione del Mondo piena
di sapienza.
Questo è parte di ciò che dobbiamo imparare in questa era: a saper vivere con assoluta
fiducia nell'aiuto sempre presente del Mondo Spirituale.
In verità nulla avrà valore se ci manca il coraggio.
Discipliniamo la nostra volontà e cerchiamo il risveglio interiore tutte le mattine e tutte le notti


Rudolf Steiner, Per l'era di Michele

17 agosto 2007

Missing Culture

La scomparsa della riflessione organizzativa e della comprensione delle culture d'impresa impoverisce le aziende

Privatizzare!

Presto scopriremo che anche il Regno dei Cieli, dopo il Governo, la Sanità, i Beni Culturali, la Scuola, la Famiglia, la roba da lavare e quella del frigorifero, sarà fatto funzionare come un'azienda di mercato. Va posta l'enfasi su quel "di mercato", perché troppo spesso i politici hanno generalizzato in merito.

Un tempo si dibatteva se fosse più o meno giusto il governo dei tecnici, gli specialisti di settore, o se invece dovessero rimanere i politici - in fondo per la loro specializzazione in "decisioni" - a fare scelte in merito alla salute, alla scuola e così via. Poi è cominciato il battibecco se fosse o meno giusto gestire lo stato come un'azienda. E qui ci si è resi conto di quanto fosse approssimativo l'approccio dei fautori come dei detrattori, implicitamente convinti che le aziende fossero tutte uguali.

Fra le Ferrovie, Telecom, FIAT, Mediaset, Carrefour, Valeo, Google Italia e la Ditta Stampi Cerutti, l'idea di come si gestisce la società è nella pratica tanto diversa quanto il rito religioso fra buddisti, ebrei e indios animisti.
L'impreparazione e la mistificazione politica è però solo metà del guaio che ci affligge. Vedere i primari ospedalieri o i presidi scolastici scimmiottare i manager pensando che questi non imbroglino i budget di fronte a dei gruppi professionali abituati a consumati compromessi istituzionali per il quieto vivere, fa preoccupare quanti possono immaginare che questo si traduca in un raddoppio dei costi per attività e in un proporzionale decadimento della qualità del servizio.

Eppure la mistificazione che le istituzioni debbano funzionare come un'azienda con l'implicito che le aziende funzionino tutte nello stesso modo sta avendo un contraccolpo proprio nel mondo imprenditoriale, soprattutto nelle grandi imprese, già impressionate dalla concorrenza della liberalizzazione dei mercati e della cosiddetta globalizzazione. All'invasione del modello cinese e alla prossima irruzione delle imprese dell'est (tutti "monstrum" generati dalla speculazione e dall'ingordigia occidentale) la risposta non dovrebbe essere di mercato in senso stretto, ma soprattutto macroeconomica, politica e prima ancora etica e culturale, e quindi non frammentata nelle soluzioni delle tante imprese, ma coordinata da un'Europa che invece con l'allargamento e da quando c'è l'Euro sembra avere subito una crisi di autorevolezza e di identità.

Il nodo di tutto questo sta nella parola magica "Cultura", con la quale non s'intendono tanto le "cose" da privatizzare di cui chiacchierano Sgarbi o Urbani, ma piuttosto la dimensione antropologica più profonda e universale del nostro essere umani. Cultura sono i valori condivisi da un gruppo sociale e dall'insieme superiore che li accomuna, a partire da come si sta insieme e si trasmettono i significati impliciti, quelli spesso non discutibili, alle generazioni future.

L'estinzione della cultura

Rudolph Steiner è stato il ricercatore spirituale che tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 ha battezzato Antroposofia la "scienza e filosofia dello spirito" che, si potrebbe dire per la prima volta, si è tradotta in teorie e tecniche applicate a molteplici branche del sapere, dalla medicina alla pedagogia, dall'architettura, all'agricoltura, dall'arte alla storia e all'economia. A proposito di quest'ultima, persino un articolo sull'ortodosso Sole 24 Ore metteva in evidenza come, delle tante teorie macroeconomiche, proprio quella antroposofica sia l'unica ad avere retto alla prova del tempo.

Ebbene, proprio Steiner nel primo decennio del '900, in periodo quindi non sospetto, preconizzava sulla base di analisi decisamente poco ortodosse, che gli anni a venire sarebbero stati dominati dal modello spirituale statunitense e che questo avrebbe apportato rivolgimenti nella tecnologia e nel benessere, ma che questo sarebbe avvenuto a scapito del patrimonio culturale (nel senso spirituale e antropologico che dicevamo) dell'umanità. Un genere così indebolito nel profondo della struttura costitutiva sarebbe inevitabilmente divenuto preda di morbi nuovi e poco comprensibili: la mancanza d'identificazione culturale e quindi di chiarezza sui valori sarebbe arrivata a confondere le idee al corrispettivo fisiologico, ovverosia al sistema immunitario.

Prima, però, di allargare troppo il campo del nostro obiettivo, ritorniamo in azienda dove ci si potrebbe domandare "che ci si può fare se tutto il mondo (quello occidentale) sta abbandonando i valori culturali? come si potrebbe mai evitare che non ne vengano coinvolte anche le imprese?".
Si stanno dando troppe cose per scontate, mentre ci si rassegna come dei lemmings in processione verso la scarpata: anche se qualcuno pensa di arricchirsi sfruttando la situazione, non si rende conto che il destino della specie presto o tardi coinvolgerà anche speculatori e opportunisti. Allora, non vale la pena rendersi conto che questa situazione apparentemente ineluttabile non ha più di dieci anni ed è quindi reversibile solo a volerlo tutti?

Un letto di procuste per le grandi imprese

Una quindicina di anni fa si è pensato che si sarebbe dovuto far fronte al debito pubblico vendendo tutte le imprese statali che non si avevano attributi sufficienti per far rendere come si sarebbe potuto e la confindustria ha salutato la cosa come una liberazione, salvo più tardi essere scontenta perché il mercato è rimasto in mano al pubblico (salvo quelle nicchie dove erano possibili speculazioni pagate dal contribuente e dal debito pubblico). Chissà come mai non abbiamo assistito ad una corsa alla concorrenza e alla competizione, ad esempio dell'azienda elettrica o dei trasporti pubblici, da parte degli industriali ultra-liberisti, mentre continuiamo ad assistere al loro pianto greco sui costi di settori che ormai sono liberi e disponibili alla concorrenza?

Non assisteremo mai a un mea culpa degli attori di un tempo che per recuperare soldi o per speculare hanno svenduto i gioielli di famiglia dello Stato. Anzi il fenomeno si va allargando oltre i confini del pubblico.

È ora, infatti, volta delle grandi imprese private di seguire la logica del ridimensionamento, uno svuotamento cominciato proprio dal management intermedio che ha poi seguitato facendo scomparire o quasi tutte le funzioni di servizio e di collegamento. Eppure, se la cultura del gruppo ha una sede è proprio nel sistema connettivo costituito dalle persone, dai livelli di collegamento intermedi e dalle funzioni politiche e di servizio. Una volta esportate queste aree le grandi imprese (e molte medie con esse) si troveranno a fare i conti con una cultura esterna al gruppo. Il rapporto fra indigeno dominante e dominato si invertirebbe e il servo annichilirebbe un padrone indebolito e allucinato come nel bel film di Losey, Il Servo.

In Italia, pur di non affrontare le fatiche e i conflitti di regalie di imprese soffocate da protettorati politici, padronali, sindacali, da selve di microlobbies, parentele e amicizie, per ottimizzare aziende che avevano il problema di elefantiasi ingolfate da quadri dirigenti - con i loro peones affiliati - incapaci, esperti solo in mafie e poltrone, si è preferito tagliare la testa al toro e buttare via il bambino con l'acqua sporca.

In questo modo, purtroppo, non si potrà più ricostruire niente. Dopo che si è abbattuta la cultura di un gruppo o di un'impresa si resta orfani a lungo. I tempi per rifondarla sono il più delle volte troppo lunghi e ricominciare da zero per un'impresa consolidata è altrettanto impossibile che per un miliardario rassegnarsi a ricominciare dalla gavetta (ammesso che lui l'abbia mai fatta.

Eppure nelle rappresentazioni di molti top management c'è quest'idea mutuata da prezzolati guru che le imprese di domani saranno solo più il loro top management e che tutto il resto verrà dato all'esterno. Con non-imprese di questo tipo scomparirà presto la cultura imprenditoriale e con essa il backbone del sistema economico del paese.

Quale sarà il disegno che assumeranno le grandi imprese implicito nel loro attuale processo di disarticolazione? Un po' come in certi film di fantascienza, ci sarà un cervello immerso in un liquido fisiologico che emanerà i comandi a fornitori di prestazioni, impresari che risicano sui margini dei dipendenti, facendo cartello e speculando sui fisiologici limiti del controllo del cervello.

Da Apogeonline 28-12-2004

06 luglio 2007

Dallo sradicamento al suicidio sociale

La doppia faccia del suicidio sociale

Quello che, dopo gli esordi di Comte e Saint-Simon, può essere considerato il padre della moderna sociologia, Émile Durkheim, approfondendo le caratteristiche della società moderna e riferendosi soprattutto alla divisione del lavoro e al suicidio ha introdotto un concetto che, pur essendo stato reinterpretato dai principali sociologi e filosofi successivi, non è così noto e diffuso come altri e che pure potrebbe spiegare molto di quanto sta avvenendo nel mondo occidentale nei nostri giorni.
Letteralmente il termine anomia si potrebbe tradurre come assenza, annullamento delle regole condivise e originariamente fu inteso come una situazione presente nella società organica, intesa cioè come un soggetto unico integrato, l'organismo di cui i singoli e le istituzioni non sono che parti, basata sull'organizzazione di compiti suddivisi fra i suoi appartenenti quando il legante che consente alle sue parti di identificarsi viene messo in crisi. Diversamente dal suicidio che si origina da istanze personali, definito come patologico da Durkheim, il suicidio di origine sociale assomiglia a quello dei lemmings, quegli animaletti che vanno in corteo a buttarsi dalle rupi uccidendosi. Qualcosa del genere si è visto con il crollo di Wall Street e la conseguente depressione statunitense dei primi del novecento. Questo suicidio sociale può avvenire in conseguenza ad un eccesso nell'excalation delle aspirazioni che non trovano un adeguato soddisfacimento nelle risorse sociali, e in questo caso viene definito anomico, oppure fatalista quando manca una visione del futuro e l'avvenire appare completamente chiuso, con passioni violentemente compresse.

Questa sociologia si basava sui capisaldi del positivismo comtiano e dell'economicismo del primo ottocento, ma bisogna dire che proprio le analisi di Durkheim hanno favorito il cambiamento delle discipline sociologiche andando a influenzare gli esordi dell'Antropologia Culturale. E proprio a partire dalla nozione di cultura umana e sociale che l'anomia può assumere un senso più completo.
Il termine "Cultura" qui assume un significato più ampio e l'economia diventa una componente di un insieme che comprende essenzialmente il modo di fare le cose e interpretare il significato della persona all'interno della propria appartenenza sociale stratificata nel corso del tempo e nelle transizioni storiche della popolazione e della società. Potremmo genericamente parlare dei valori condivisi e interiorizzati nel modo di vivere.
Il concetto di cultura verrà poi studiato anche dalla scienza delle organizzazioni e delle imprese dove la definizione forse più interessante è quella che viene data da Edgar Schein come "l'insieme di assunti di base - inventati, scoperti o sviluppati da un gruppo determinato quando impara ad affrontare i propri problemi di adattamento con il mondo esterno e di integrazione al suo interno – che si è rivelato così funzionale da essere considerato valido e, quindi, da essere indicato a quanti entrano nell’organizzazione come il modo corretto di percepire, pensare e sentire in relazione a quei problemi".

Potremmo quindi affermare che l'anomia è lo scarto che si verifica quando l 'eccesso di sviluppo e/o l'incapacità di rappresentazione del futuro individuale nel seno della propria appartenenza culturale rendono priva di significato e di valore l'esperienza del vivere.

A fronte di una situazione simile, fra le reazioni più ricorrenti vi sono la fuga (emigrazione, espatrio…), la malattia epidemiologica e il suicidio.

Lo sradicamento del nuovo millennio

A una considerazione simile giungeva tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 il visionario padre dell'Antroposofia - che fra l'altro spicca come una delle più riuscite teorie macro-economiche - Rudolf Steiner, quando asseriva che lo spirito del tempo si era andato a fissare nel nuovo continente dove avrebbe portato ai massimi livelli il sapere tecnologico e le sue realizzazioni. Tuttavia, proseguiva, questo miglioramento delle condizioni di vita sarebbe andato a detrimento della cultura sociale e le prime conseguenze di impoverimento o addirittura della perdita della cultura occidentale si sarebbero viste nella seconda metà del secolo con un indebolimento strutturale personale e collettivo e il proliferare fuori controllo di nuove patologie.
A questo fenomeno sarebbe coincisa l'avanzata di un governo "arimanico-mefistofelico" del mondo caratterizzato dall'espropriazione del libero arbitrio individuale e quindi della responsbilità soggettiva della vita che si realizzava, non attraverso delle dittature, ma con un'automazione delle decisioni tramite strumenti di calcolo svuotati dei valori.

Che cosa osserviamo nei paesi occidentali in questo inizio di millennio se non la crescita di fenomeni di anomia? Già Merton e i suoi seguaci ne hanno identificato l'insorgere nella modernizzazione della Cina degli anni '90, la convivenza civile nel Sud Africa del dopo apartheid, la situazione dell'Argentina e di altri Paesi dell'America Latina e i processi indotti in Europa occidentale dalla globalizzazione e dell'immigrazione dai Paesi extraeuropei, la transizione alla democrazia nei Paesi dell'Est europeo (si pensi all'osservazione che fa uno dei protagonisti del film "Le vite degli altri" quando scopre che nella Germania dell'Est della Stasi si sono cominciate a nascondere le statistiche dei suicidi).

Per arrivare più vicini a noi non è difficile riscontrare una forte anomia nella perdita dei punti di riferimento culturali che in Italia, come e ancor più di molti altri paesi, si sta verificando. L'insoddisfazione di una crescita delle condizioni di vita a fronte di una difficile individuazione di obiettivi realistici generali porta, da un lato, ad un'excalation insostenibile della ricchezza e del successo del tutto incommensurata alle possibilità di fruizione ragionevoli per una persona, un eccesso di successo e di desiderio di potere che non può essere per tutti e che diventa superiore alla possibilità di beneficiarne, traducendosi nell'effetto opposto. Questo genera in tutti gli strati sociali un desiderio drogato di apparire e di arricchirsi che fa dimenticare i valori e i comportamenti naturali per il proprio genere e la propria cultura.
D'altro lato, abbiamo una gioventù troppo spesso indifferente alla costruzione del quotidiano perché concentrata su modelli e obiettivi troppo spinti e comunque insoddisfacenti (calciatori e veline, ecc.). Scorgiamo questa difficoltà anche all'interno delle imprese, dove sono scomparsi i livelli intermedi e con essi l'ambizione a crescere per una carriera ragionevole. Al contrario, la crescita economica e di potere è ad appannaggio di un gruppo sempre più ristretto di top manager che diventano autoreferenziali, lontani dai bisogni economici ed imprenditoriali.
A fronte del miraggio per pochi di uno sviluppo abnorme abbiamo una fascia di popolazione sempre più estesa e purtroppo in una crescita vertiginosa che è appena iniziata per la quale la povertà e l'incapacità di sbarcare il lunario non è che il dato più evidente. Il pericolo principale per questi nuovi poveri e per la massa ancora più gigantesca dei nuovi impotenti è l'impossibilità di desiderare qualcosa di ragionevolmente raggiungibile a cui tendere, l'incapacità di rappresentarsi un futuro in una cultura a cui sentono di non appartenere più e che percepiscono essere indifferente al loro domani e alla loro esistenza.
In questa popolazione di nuovi impotenti anomici non vi sono solo disoccupati e sotto-pagati, ma anche ceti medi, professionisti e benestanti intermedi che perdono il desiderio di investire, di scommettere, di aspirare, di inventare, di intraprendere, per questa perdita di appartenenza, per l'assenza di desiderio, per la difficoltà di immaginare un futuro che comprenda loro e i loro figli in una società e in una cultura da cui si sentono alienati, impossibilitati ad influenzarla e a trasformarla in qualcosa che appartenga anche a loro. E le conseguenze di questa impotenza dei gruppi di influenza e di conoscenza è quello che porterà ad un irreparabile ed irreversibile rapido declino l'intero paese.

Ora non rimarrebbe che prendere uno a uno i nuovi fenomeni sociali ed economici (dal disinvestimento agli studi superiori al desiderio dei soldi facili, dai consumi eccessivi e distribuiti di eccitanti, primo fra tutti la cocaina, alla distribuzione quasi epidemiologica di anti-depressivi, dalla crisi delle istituzioni e della famiglia alla pedofilia - come excalation del desiderio libidico - dalla speculazione sui giovani lavoratori all'incapacità di generare ricerca, e così via) e domandarsi se possono appartenere alla categoria delle conseguenze o delle cause dell'anomia epocale del mondo occidentale, oppure se possono costituire una risorsa per superarla e per dare una svolta vivibile verso una cultura condivisibile cui si possa accettare di appartenere e di contribuire.