27 gennaio 2005

Dalla carta stampata

Il Sole 24 ore di lunedì 24 gennaio 2005 ha dedicato un bel paginone al coaching.
Nell'insieme il lavoro giornalistico è apparso ben calibrato, anche se - come altri a suo tempo - si comprendevano delle sponsorship latenti. Di chi? Basta leggere il titolo della pagina per capirlo. In primo piano era scritto "Attenzione al «coach» improvvisato", mentre negli occhielli c'erano, prima una spiegazione un po imprecisa "RISORSE UMANE: Anche in Italia è l'ultima moda della formazione aziendale: ecco i criteri-base per scegliere la persona giusta" (quando, come ho già avuto modo di scrivere, se intendiamo il coaching come "formazione" abbiamo perso l'unico vero vantaggio di usare quel termine per distinguere quel tipo di interventi dai corsi); poi ci veniva spiegato quali erano i "criteri-base" giusti, e cioè: "Certificazioni internazionali riconosciute, pratica con un senior e esperienze documentate".

Ancora una volta organi certificatori e corporazioni per qualcosa che non è né una scuola, né una teoria, ma solo una modalità, una categoria di approccio a un detarminato tipo di lavoro. Ovverosia, è comprensibile che per essere psicanalista occorra una formazione specifica ed eventualmente la certificazione della "licenza" acquisita; lo stesso per essere sistemici, gestaltici e così via. Anche per fare la Programmazione Neuro Linguistica (PNL o NLP), seppure non dia accesso ad albi di psicoterapista o altro, essendo una specifica collazione di tecniche e metodologie occorrerà essere certificati.

Invece per "fare i formatori" non viene richiesta nessuna certificazione. Se la si ha è meglio per chi la detiene, la si può anche mostrare, ma non cambia nulla e niente toglierà mai al fatto che la maggior parte dei formatori non ha certificazione alcuna. Un professore si può considerare formatore solo per questo titolo anche se nulla sa dei percorsi formativi dell'AIF, dell'ASFOR o di altre associazioni, corporazioni o scuole di formazione. Figuriamoci quando a fare formazione è il geometra o il venditore bravo, quanto illetterato.

Lo stesso vale per il coaching: chi certifica il certificatore? Non esiste un marchio registrato di qualcosa che si chiama coaching e neppure esiste un manuale che dica esattamente che cosa sia il coaching in maniera univoca. Ogni scuola e soprattutto ogni professionista lo interpreterà a suo modo. Si spera che almeno abbia chiari i fondamenti della disciplina, come ad esempio il contratto e l'obiettivo finale. Nonostante questo nulla potrà garantire al cliente di avere a che fare con la persona giusta. Nemmeno l'appartenenza a qualche congrega. Ci sono nomi e scuole che sono noti a molti ed essere affiliati a loro è un grande vantaggio per il professionista e una qualche garanzia per il cliente che se si cade almeno lo si farà sul morbido.

Ci sono comunque bravi professionisti sciolti o appartenenti ad altre famiglie professionali che fanno del coaching bene o anche meglio di altri che vantano ascendenze oltre-oceaniche. Essere legati a qualche padre putativo americano non è una garanzia di qualità, ma casomai solo un proclama di parte, una presa di posizione stilistica che può essere o meno condivisa (personalmente ritengo che siano troppi gli elementi della cultura statunitense che non sento appartenere alla nostra, come i predicatori gli anchor man da adunate oceaniche e così via).

In box ci trovate anche un po' di titoli. Non posso dire di conoscerli tutti. Posso invece rilevare la mancanza di diversi testi interessanti, anche se meno di - quella - parte. Fra i tanti, consiglio di leggere i capitoli dedicati a questo filone nel libro Oltre l'aula a cura di Boldizzoni e Nacamulli, uscito per Apogeo (le parti sono a firma di Gian Franco Goeta, Claudia Piccardo e Monica Reynaudo e Alessia Rossi).

Un'ultima cosa che mi pare significativo rilevare è la scarsità di dibattito sulle metodologie (visto che sulle teorie sarebbe impossibile) e caso mai sulle tecniche, che invece sarebbe il contributo più importante per fondare una professionalità di questa disciplina. Questa discussione, seppure non è del tutto assente, è molto scarsa, prova ne sia che su Internet troverete moltissime scuole, associazioni, società, professionisti, ma pochi testi, poca o nulla discussione, nel momento in cui proprio di questa ci sarebbe più bisogno.

Da qui si dovrebbe partire tutti, profesxsionisti, studenti, clienti e giornalisti, anche.

24 gennaio 2005

La via Yin

Quando il coaching è centrato sul cliente abbiamo a che fare con degli esponenti della scuola yin del coaching.

I maestri di questo approccio sono particolarmente orientati all’altro e inclini a farsi plasmare nella profonda convinzione che sia un’istanza di tipo radicalmente democratico a guidare le relazioni nel setting. Per questo tende a qualificare come impertinente e presuntuoso ogni intervento che fornisca indicazioni precise di comportamenti e valutazioni (anche se una certa inclinazione alla domanda retorica finisce per risultare ancora più condizionante, costringendo gli altri a delle confessioni di errore).

La scuola yin si riconosce per alcune caratteristiche grammaticali: la predilezione per il soggetto impersonale “si” (“si dice”, “si pensa”, “qualcuno afferma”…), la nominalizzazione (“la transferalità della mentalizzazione del gruppo”) e una certa inclinazione al verbo passivo (la “parola parlata”, “è stato portato all’evidenza” …).

I verbi preferiti sono osservare, ascoltare, comprendere, interpretare, sentire, ricevere, accogliere…

Questa disposizione al ricevere, all’accogliere, ma anche al fagocitare, allo strumentalizzare, porta a un certo rifiuto nei confronti delle attività didattiche o sperimentali e a una certa delega ai partecipanti delle decisioni e della stessa produzione di contenuti e relazioni.

I contenuti stanno alla scuola yang come il metodo sta a quella yin. Quello che per gli uni è il "riempire" per gli altri è il "sistemare" (non a caso uno dei momenti classici degli interventi yin è la sistematizzazione).

Un simile atteggiamento può essere scambiato per rifiuto, indisponibilità al lavoro o incapacità, tuttavia solo dei grandi professionisti possono permettersi di appartenere alla scuola yin (laddove per cavarsela nella scuola yang può essere sufficiente la conoscenza di alcune lezioni o di un canovaccio preconfezionato).

Spesso provengono da un percorso di formazione psicologica, in particolare orientata alla clinica e al lavoro con i gruppi. Nell'attività organizzativa in genere il loro background di riferimento è costituito dal counseling (la scuola di E.H. Schein, come di Weick e altri).

Si nutrono dei silenzi del gruppo e li sanno usare come dei torchi per spremere dai partecipanti il massimo sforzo e i maggiori contributi.

Si trovano qui dei guru, dei maestri di vita e dei conoscitori di anime che per questo sono meno versati all’insegnamento e al trasferimento di contenuti, come pure al lavoro sulle situazioni concrete e locali. Per questo il loro lavoro si rivolge a personale altamente motivato, sia ai contenuti che allo sforzo di coinvolgimento. I partecipanti a questi gruppi ricercano delle esperienze dirette in cui intervenire come attori, a partecipare a lunghe sessioni di riflessione, di silenzi e di messa in discussione di se stessi.

20 gennaio 2005

La via Yang

Quando il coaching è centrato sul coach abbiamo a che fare con degli esponenti della scuola yang del coaching.

I maestri di questo approccio sono particolarmente generosi di sé, nella convinzione che sia fondamentale fornire ai propri assistiti delle prove “tangibili” del loro contributo. Questa concretezza si esprime sotto forma di istruzioni, contenuti, sperimentazioni pratiche, esercitazioni lavorative o ludiche.

Il verbo della scuola yang non si esprime mai in forma passiva: solo attiva. Quelli preferiti sono fare, dire, parlare, illustrare, intervenire…

I più esperti sono quelli che conoscono il maggior numero di aneddoti, barzellette, citazioni, espedienti faceti per ingraziarsi i partecipanti divertendoli e rendendo loro leggero l’effluvio di contenuti.

Spesso provengono da una consumata esperienza di formazione.

Fanno grande uso delle tecniche e delle tecnologie, dalla slide al computer, dall’esercizio corporeo o relazionale alle esperienze outdoor.

Non sopportano i silenzi del gruppo che vivono in maniera imbarazzante e colpevole.

Sono ottimi maestri concreti, indispensabili nell’addestramento e nell’apprendistato, come pure per far fare bella figura all’ufficio formazione con i gruppi di dirigenti, tipicamente più propensi a fare da spettatori che da attori e poco inclini alla riflessione, al silenzio e alla messa in discussione di se stessi.

11 gennaio 2005

Il dilemma paradossale

Il bravo manager ha in comune con il bravo coach una difficile scelta:
Un signore dei tempi andati domandò al proprio medico personale, membro di una famiglia di guaritori, chi di loro fosse il più versato nella propria arte.
Il medico, la cui reputazione era tale che il suo nome era diventato sinonimo della scienza medica cinese, rispose:
"Il primogenito vede lo spirito della malattia e lo rimuove prima che prenda forma; perciò il suo nome non varca i confini della casa.
"Il secondogenito cura la malattia quand'è ancora agli inizi; perciò suo nome non è conosciuto al di là del vicinato.
"Per quanto mi riguarda, pratico l'agopuntura, prescrivo pozioni e massaggio il corpo; così talvolta il mio nome giunge alle orecchie dei potenti".
Tu cosa sceglieresti: la bravura o la fama?

Una scelta veramente difficile!

01 gennaio 2005

On line

È possibile il coaching on line?

Chi legge questi miei appunti sarebbe portato a pensare che lo reputi impossibile. Non è così. Non del tutto, almeno. Tutto sta a stabilire che cosa s'intenda con il termine.

Passiamo invece sopra alla questione. Chi dà aiuto on line, magari gratis o in forma complementare ad altri servizi, ha preso un'iniziativa encomiabile, anche se non può sostituire il rapporto diretto.

Penso comunque che, soprattutto come trasferimento distale del setting di gruppo, gli ambienti virtuali possano costituire:

  1. Innanzitutto un'economia di scala: non occorre prendere appuntamento per il solo bisogno di mantenere vivo il contatto o per una indecisione

  2. In secondo luogo può consentire una continuità simultanea e sinergica alla vita lavorativa che il solo rapporto di studio non permette


Certo, per il coach è un impegno in più, che comporta un certo apprendimento. Lo stesso vale per il cliente, soprattutto quando trovi ostico il rapporto con il computer.

Per questo penso che sia proprio il gruppo virtuale - ovviamente moderato dal coach - il setting ideale per questo tipo di esperienza.

Un'esperienza in ogni caso da provare.

Di che coaching sei?

Quando 20 anni fa e forse un po' di più :-( cominciai a dedicarmi alla formazione le bibbie che studiavo già parlavano di coaching come di un'esperienza vecchia, marginale.

Era il fio che il capo squadra doveva pagare all'azienda quando arrivava un nuovo assunto. Già allora aveva un termine più proprio in italiano, ma già allora parlare di "affiancamento" stava così maaalee... Era quasi degradante.

Oggi per farsi capire bisogna usare lo stesso termine che però, al contrario di allora, sta alla formazione come l'alta moda sta al pret-a-porter.

Nonostante mi sia appropriato da circa 20 anni delle stesse tecniche a stelle e strisce cui attingono certi coach, non cerco quel tipo di rapporto e sono sicuro che qualche cliente potrebbe restarne deluso.

Mi viene, a questo punto, fatto di pensare a lui, al cliente di coaching. Bisognoso di un miracolo che possibilmente lo coinvolga il meno possibile. Quello che si vuole mettere in mano a qualcuno che faccia tutto da solo e che lo rimetta a nuovo. E penso anche a quello un po' più evoluto, che vuole essere padrone delle proprie trasformazioni che crede nel lavoro su se stesso, a volte anche duro e del valore dei risultati.

Penso a loro e comprendo che non ci sono parole che non siano già usate a sproposito da tutti per orientarlo nella scelta delle mani in cui mettersi.

A volte seguono il consiglio di qualche amico o collega: "E' stato proprio un fine settimana esaltante. Mi sento diverso. Sono cambiato in un paio di giorni. Devi proprio provarlo anche tu!"

La sola cosa che riesco a dire è che non tutti i coaching sono dello stesso segno come non lo sono i clienti e probabilmente occorrerebbe una certa sinastria in un rapporto d'aiuto. È però qualcosa di pelle. Occorre sentirsi entrambi. Oppure essere entrambi di bocca buona.