11 novembre 2006

Consigli per gli acquisti

Questo sito di norma non si è mai occupato di tecnologie. A suo tempo ne ho curati diversi destinati proprio a questi aggiornamenti. Oggi penso che le tecnologie possano divenire corredo di altri argomenti magari di taglio professionale.

Negli ultimi tempi si sta assistendo ad un cambiamento nell'interesse per i computer e non solo i professionisti, ma le stesse imprese tendono a proporre macchine compiute in base al tipo di utilizzatore. Questo si traduce in un crescendo di acquisti di computer portatili, preferiti sia per la loro trasportabilità in sedi diverse, sia perché il notebook viene visto come una macchina finita in base all'uso cui è destinata.
Così l'offerta di notebook cresce e il loro prezzo scende. Tuttavia, proprio la crescita dell'offerta necessita di chiarimenti e non pochi professionisti chiedono di capirci di più quando si tratta di acquistarne uno.
Mi sembra utile quindi fornire una tavola di orientamento per la scelta che soddisfi le diverse richieste che ci arrivano.


In primo luogo, chi vuole comprare un notebook farà bene a comprendere quale sia l'utilizzo ne farà.
Chi, ad esempio, compra un portatile per sostituire il vecchio desktop, probabilmente non avrà la necessità di portarlo con sé: gli destinerà un posto sulla sua scrivania dove lo lascerà a lungo. In tale caso sarà più utile che osservi l'ergonomia del prodotto soprattutto dal punto di vista dello schermo, che sia abbastanza ampio per farci stare il numero maggiore possibile di finestre aperte contemporaneamente, curando che tastiera e trackpad siano abbastanza confortevoli e precise così da rendere agevole il lavoro di scrittura. Questa scelta consentirà di risparmiare, perché i notebook di grandi dimensioni costano proporzionalmente di meno e offrono funzioni aggiuntive (ad esempio i lettori di schede di memoria) che non faranno rimpiangere lo spazio offerto dai desktop tradizionali.
Sicuramente è una questione di estetica, più che ragioni pratiche, che spinge a scegliere per queste finalità un portatile invece di un desktop.

D'altro canto gli stessi desktop stanno cambiando in questo senso e ci sono in commercio prodotti esteticamente accattivanti e molto più pratici per trovare posto in una scrivania offrendo vantaggi ergonomici superiori a quelli dei portatili: penso in particolare ai Mac Mini di Apple, delle dimensioni di 5-6 scatole di CD sovrapposte, silenziosissimi, ma completi di tutto quel che serve, a cui si collegherà un bel video di grandi dimensioni e una tastiera e un mouse wireless molto pratici per scrivere ovunque senza avere tanti fili in circolazione.

Meglio ancora, gli iMac sono macchine molto potenti dotate di tutto quel che serve, compresa videocamera per videochat e software per l'intrattenimento, di una bellezza tale da renderli veri e propri elementi di arredamento.

Farà dunque bene a scegliere un notebook soprattutto chi avrà necessità di portarselo dietro. La scelta prefigurata sopra sarà indicata piuttosto per quelli che, più che un portatile, cercano un "trasportabile": la soluzione da portarsi dietro, magari una volta o due all'anno, quando si va in ferie o quando si abiti in posti diversi per lunghi periodi.

Tutti gli altri, e sono la maggioranza, avranno bisogno di una macchina che soddisfi alcuni requisiti critici:
- robustezza
- praticità (dimensioni e peso)
- ergonomia.

Per valutare la scelta di un notebook non bastano i dati tecnici o la pubblicità su un volantino o su Internet: dovete per forza andarli a vedere, sentire (non sottovalutate il rumore della ventola o dell'hard disk) e soprattutto toccare.

Quando andate in un negozio per scegliere, non cominciate dal prezzo: anzi cercate proprio di evitare di guardarlo per non farvi condizionare.
Per prima cosa prendeteli in mano, uno dopo l'altro, e saggiatene il peso e la praticità a manipolarlo. Tenendo chiuso lo schermo, reggetelo di sotto con le punte delle dita di una mano e osservate quanto sta in equilibrio seguendo i vostri movimenti. Poi aprite lo schermo e fate lo stesso.
Valutatene la consistenza "pinzandolo" con le dita ai bordi anteriori, ai lati estremi dell'area d'appoggio dove si trova anche il trackpad, comprimendolo per valutarne la robustezza. Immaginate che cosa accadrebbe se dovesse cadervi dalle ginocchia dove lo state usando.
Valutatene il peso, pensando di dovervelo portare dietro quando andate a fare shopping con altre borse in mano, e l'ingombro, nel caso doveste usarlo per strada o in una sala d'attesa.
Poi appoggiatelo su uno scaffale e ponete i polsi sui bordi esterni provando a digitare: saggiate la risposta dei tasti e la comodità delle dita, verificando se siete pratici ad usare la trackpad o se vi imbrogliate fra il tasto destro e quello sinistro.
Osservate infine la luminosità dello schermo, più che le sue dimensioni, e cercate di immaginarvelo in situazioni di maggiore illuminazione, tenendo presente che nessun notebook è leggibile sotto il sole di mezzogiorno in estate, ma che molti potrebbero darvi problemi anche con l'illuminazione diurna di una stanza assolata.
Soprattutto non cadete nell'errore di apprezzarlo in base alla grandezza: un oggetto portatile è tanto più buono quante più attività consente di sbrigare in uno spazio piccolo senza far rimpiangere un oggetto di dimensioni superiori. Per questo i 12"-13" sono le macchine perfette per i viaggiatori e i 17" quelle per chi lavora con le immagini o con i filmati (chi guarda i film in viaggio farà meglio a prendere in considerazione piuttosto un lettore DVD portatile che consuma meno e funziona meglio).
Se, infine, doveste essere indecisi fra la praticità del trasporto e la comodità domestica, ricordatevi che la maggior parte di queste macchine è pensata per funzionare come una CPU indipendente a cui collegare monitor e tastiere esterne di dimensioni ampie e comode.
Notate che non ho preso in considerazione la velocità del processore perché questa in genere dipende dal sistema operativo e dal software che si utilizza. I processori in commercio sono generalmente tutti buoni, ma alcuni invecchiano più tardi (nel momento in cui scrivo sono sconsigliati i Turon e i Celeron, mentre i più attuali sono i Core Duo 2 che non costano eccessivamente di più). Di spazio disco più ce n'è e meglio è, ricordandovi che ci sono sempre più offerte di memorie esterne economiche e di basso consumo, in quanto sostituibili facilmente (quindi non solo hard disk 2,5" autoalimentati, ma soprattutto flash card da 2, 4 e più GB, veloci e affidabili). Di RAM, ovvero la memoria di lavoro, invece ne servirà almeno per 1 GB (considerando che i computer che montano le memorie più recenti avranno incrementi di prestazione sensazionali se usate una coppia di schede della stessa dimensione: 512 MB + 512 MB, oppure 1 GB + 1 GB). Ci sono poi altre informazioni importanti, ma meno generalizzabili, come la durata della batteria, che lasciamo sullo sfondo.

Detto questo posso anche spingermi a identificare due modelli di riferimento che potrebbero essere fra i migliori prodotti ad offrire soddisfacenti performance fra quelle fino a qui indicate. Personalmente l'eccellenza - al di là dei prezzi - dei notebook attuali per me va:



1) agli Apple MacBook 13" e i MacBook Pro 15" e 17".




2) Ai Sony Vaio Serie N a 15", la Serie C a 13" e la la Serie TX a 11".




Siamo infine alla questione della dotazione software.
Ci sono due soluzioni possibili:
- l'utilizzo di un solo sistema operativo sulla stessa macchina (oppure una macchina per sistema operativo)
- l'utilizzo di più sistemi operativi sulla stessa macchina.
Oggi come oggi la seconda soluzione è fornita solo dai nuovi Apple (quelli con i processori Intel).
Chiaramente la seconda scelta offre non pochi vantaggi, anche se solo a chi ha voglia o necessità di sfruttarli. Soprattutto facilita la sperimentazione da parte di chi vorrebbe provare delle alternative al sistema attualmente in uso, ma non sa rinunciare tutto subito alle abitudini attuali o a certi programmi dedicati del vecchio computer.
Il sistema operativo si valuta poi sulla base:
1. della funzionalità del sistema in sé
2. della compatibilità con gli standard globali
3. della varietà di soluzioni applicative offerte (e del target di riferimento - ad industriale vs. individuale)
4. dell'economicità e dei costi di aggiornamento (e quindi del rapporto fra invecchiamento della macchina in relazione all'adeguamento del software).
Probabilmente si può dire - anche se so che molti non saranno d'accordo con me - che al punto 1 emergono i sistemi Mac, al 2 e al 3 Windows e Macintosh, per ragioni differenti, al 4 le distribuzioni Linux - la mia preferenza va ad Edubuntu - e, un po' più lontano, Macintosh.

Questi stessi ultimi criteri valgono anche per la dotazione software. Sull'onda del "monopolio" di fatto di Windows, anche la suite di applicativi da ufficio di Microsoft sembra una scelta obbligata, mentre così non è. Per le necessità della quasi totalità degli utilizzatori, OpenOffice.org 2.X, la suite d'ufficio libera nata dalla comunità OpenSource con il determinante supporto di SUN, offre piena compatibilità con la maggior parte dei prodotti di mercato e soprattutto consente aggiornamenti gratuiti. Ci sono poi delle soluzioni realizzate da programmatori indipendenti che si adattano magnificamente alle esigenze di ognuno di noi, per ognuno diverse, a dei costi estremamente contenuti o addirittura assenti. Il mio consiglio è quello di provarle, magari documentandosi prima.
Chi scrive, infatti, non solo non adotta più quasi nessun prodotto delle grandi software house, ma neppure suite o applicativi pantagruelici come gli Office - compreso quelli gratuiti. Il software lo pago, non quando lo provo, ma quando ne faccio veramente uso e lo faccio volentieri perché so che va a della gente che veramente crea e lavora e non a imprese che vivono del volume di potere che sono riuscite a generare.

Per concludere, che il professionista scelga liberamente la macchina che più fa al caso suo, ma che lo faccia senza farsi condizionare dalla pubblicità dei supermercati o del vicino smanettone e neppure dalle scelte delle aziende con cui collabora, ricordandosi che spesso, anche quando l'azienda te ne passa uno sottolineando che "a caval donato non si guarda in bocca", è meglio avere un notebook personale da portare in giro, lasciando quello della ditta in ufficio. È un modo anche questo per ricordarsi che per un knowledge worker il sapere è la vera risorsa e che questa non va lasciata in azienda né condivisa con chi, oggi come oggi, non gli offre già più nessuna garanzia e meno ancora gliene garantirà in futuro.

25 ottobre 2006

Psicosi d'azienda

Non solo le persone, ma anche i gruppi, le organizzazioni e le istituzioni sono diagnosticabili con le categorie della psicopatologia. Come diceva Bateson, ovunque vi sia una differenza di informazioni esiste una mente e d'altronde ogni organismo individuale può essere visto come un sistema inserito a sua volta come parte di in un altro sistema. Non è quindi inappropriato parlare di mente di sistema. Questi strumenti, se in passato sono stati oggetti di abuso, possono risultare ancora utili quantomeno come metafore, nonostante sia fuori moda nell'attuale intelligenza gestionale a una dimensione.

Tuttavia, se anche l'azienda non guarda a sé stessa e valuta lo stato della propria salute basandosi escusivamente sul proprio flusso di cassa, comprendere può diventare vitale per chi deve entrarci, deve valutare la propria continuità o è costretto a sopravviverci.

Nevrosi e dissociazione
La salute, si sa, è un concetto molto relativo e quella mentale è ancor più discutibile.
Tuttavia una distizione fondamentale nella diagnostica psicopatologica è data dalla percezione della realtà. Che taluni comportamenti o stati d'animo possano essere considerati indesiderati da chi li vive o da chi ci convive può essere messo in discussione e anche trascurato. Quando si ha a che fare con la realtà condivisa, la cosa cambia.

La cosiddetta realtà non può essere cosiderata un dato di verità incontrovertibile, ma piuttosto una convenzione condivisa e assunta come implicito transgenerazionale del significato delle distinzioni operate da quanto viene percepito attraverso gli organi di senso. Questa convenzione è indispensabile perché sia possibile una convivenza sociale e, dove questa venga meno, la qualità della vita decade e assume le forme note con termini quali alienazione, dissociazione, follia, pazzia.

Una premessa lunga e comprensibilmente indigesta ai più per descrivere qualcosa che ci pare di riscontrare sempre più di frequente nelle nostre aziende.
Che un'impresa, i gruppi al suo interno, la sua cultura e le sue comunicazioni - in una parola la sua mente - possa essere afflitta da relazioni stressanti o di tipo vagamente nevrotico è tutt'altro che infrequente. Non solo è "normale", ma addirittura può essere una condizione di originalità e di competitività. Questo è vero in particolare quando i conflitti che si agitano al suo interno sono gestiti, mediati, ricomposti in relazioni dinamiche di cambiamento adattivo.
Diverso è il caso in cui questi conflitti si irrigidiscono e, non potendo tradursi in dinamismo, si fissano in blocchi distruttivi o condizioni di stallo.
In questi casi è l'interpretazione della realtà a trovarsi messa in discussione. Che una data situazione venga intesa in modo diverso dalle parti dell'impresa non è strano e che questo generi comportamenti al limite dell'assurdo può essere inauspicabile, ma è comunque trattabile. Proprio come la persona che attribuisca ad un fatto o a un comportamento di chi gli sta accanto un significato non condiviso o di colui che, temendo che certe circostanze ingenerino situazioni temute, metta in atto rituali o azioni irragionevoli e penalizzanti, anche nelle aziende si verificano distorsioni del comportamento o degli schemi cognitivi.

Aziende dissociate
Quello che un tempo avveniva di rado e che invece oggi ci troviamo a riscontrare sempre più spesso, soprattutto nelle grandi imprese, sono delle configurazioni schiettamente psicotiche.
Chi vive all'interno di queste aziende perde completamente l'orientamento, e la vita relazionale è improntata da uno stato di profonda confusione.
Quello che si osserva è un distacco dalla realtà condivisa.
Prendete alcune persone che normalmente e per ruolo siano informate sulla vita aziendale. Parlando con loro di alcune realtà, eventi, aree, finalità oppure obiettivi scoprite che ognuno vi descrive un "film" differente, come se parlassero di due mondi che non si conoscono e non hanno - quasi - niente in comune.
In queste organizzazioni non esiste consapevolezza dell'identità (parafrasando Laing, si potrebbe parlare di un "Io frantumato" più che "diviso") né conoscenza univoca delle sue parti. Si comincia ad assistere a discussioni dove uno dice all'altro: "No, le cose non stanno affatto così e io lo so perché ne faccio parte" e l'altro risponde: "Guarda che ne faccio parte anch'io e lo so bene. Mi domando piuttosto dov'eri tu mentre avveniva tutto questo o si dicevano queste cose".
La situazione peggiora quando la discussione è fra sordi che sembrano intendersi alla perfezione: "Eh, sì. Il dipartimento non è più lo stesso da quando Rossi è stato fatto fuori perché aveva detto male di Bianchi".
"Già, certo, Rossi se n'è andato perché voleva andare in un posto che funzionava e non com'era lì con Bianchi".
Oppure: "Questo team è l'unica realtà vivace dove si può fare di tutto e le attività sono così tante che non sai da dove cominciare".
"D'altro canto finire in quel team è come andare su un binario morto senza argomenti, inventato solo per far fare carriera a Rossi che una volta ottenuta la posizione ha mollato tutti al loro destino".
"E sì, ma purtroppo io ormai devo restare dove sono se no ci andrei molto volentieri".
"Anch'io penso che è meglio un uovo oggi che una gallina domani".

Discorsi apparentemente vuoti, appartenenti al normale assurdo Ioneschiano non fosse che la salute delle persone decade, i dipendenti si schermano, i manager diventano esecutori di compiti circoscritti, tutti incominciano a vivere con il paraocchi per non farsi contaminare dalla dissociazione generale. Qualcuno si appella ad un fantomatico Grande Vecchio, altri sostengono che dietro c'è un disegno ben preciso e che il Consiglio d'Amministrazione sa perfettamente dove si sta andando e conosce il perché di ogni singola realtà. Il più delle volte anche l'Amministratore Delegato rifiuta di far parte di questa realtà, si difende dietro al ruolo di tagliatore di spese / risorse che avrebbe ricevuto dall'azionista di maggioranza, partecipa tangenzialmente all'azienda preferendo vivere nei palazzi altrove.

Management della sopravvivenza
Questi dipendenti allienati si ritirano in realtà impoverite da un quotidiano dissociato, abbarbicati ai rituali operativi che assicurano una qualche sicurezza. In altri casi sostengono di essere - loro - depressi o fobici perché non ce la fanno più a tornare in ufficio. Quello che è paradossale è che queste forme di reazione sono invece veri e propri sintomi di salute e di igiene mentale perché, in ogni caso, difendersi da ambienti e condizioni patogene è intelligente, sano e sacrosanto.

Ci sarebbe infine da domandarsi se in tali aziende ci siano gli estremi per sollevare accuse di mobbing: se l'azienda non è in grado di intendere e di volere non può rispondere delle proprie azioni.
La volontà e le intenzioni ci sono, stiamone sicuri. Solo forse sono spostate talmente in alto, in moventi che nulla hanno più a che fare con le aziende e meno che mai con le politiche industriali. Curare le aziende vuol dire disvelare le trame relazionali del sistema. E, se neppure a quel punto si decide di porre riparo a questa psicosi, non rimane che il Trattamento Sanitario Obbligatorio, la contenzione obbligata, l'elettrochoc, una drammatica quanto esiziale crisi.

23 ottobre 2006

La fine dei sistemi socio-tecnici

La Costituzione
Che il nostro paese sia "una Repubblica democratica fondata sul lavoro" è qualcosa che può essere seriamente messo in discussione. Non sarebbero pochi oggi a correggere l'articolo con un "fondata sugli interessi". Il lavoro è infatti una categoria in via d'estinzione. Un po' perché lo fanno sempre meno gli italiani, ma soprattutto perché, quando fu espressa questa curiosa, ma fondamentale formula, per "lavoro" si intendeva qualcosa di eticamente, moralmente, politicamente e umanamente diverso dal significato attribuitogli oggi.
Il lavoro è innanzitutto un'attività che catalizza le relazioni interpersonali attorno alla realizzazione di un obiettivo che coincide spesso con un piccolo o grande contributo alla civiltà del paese.

Un glossario
Questo vuol dire che il lavoro è prima di tutto espressione della creatività e dell'attività umana, e contributo all'evoluzione della propria cultura.
Il profitto è un prodotto delle realizzazioni umane (sempre meno quelle strutturali e sempre più quelle sovrastrutturali ovvero parassitarie) da un punto di vista dell'arricchimento sociale e della cultura di appartenenza.
L'impresa è la coniugazione della una creazione di ricchezza socio-culturale con la realizzazione di ricchezza economica, tanto per l'impresa stessa e i suoi membri (e quindi l'imprenditore stesso e chi ne condivide gli investimenti) che per il Dipartimento geografico e il Paese intero.
La speculazione è la realizzazione di profitto senza il ricorso ad imprese aventi le caratteristiche suddette (il termine "impresa" oggi è sempre più abusivo, abusato com'è da società fantasma che non generano prodotto, servizio o ricchezza, ma al massimo la stornano arricchendo così la proprietà e i suoi stakeholder). (Osservazioni analoghe vennero espresse fin dagli anni '80 da Alain Touraine e conseguentemente da Luciano Gallino).

Dalle Human Relations…
Corsi e ricorsi storici! Fu Keynes a sottolineare come la ricchezza fosse il frutto di un'economia generale della Nazione, invece dei risultati del singolo bilancio. Negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali (fra la fine dei '20 e l'inizio dei '30) alla Western Electric di Hawthorne i ricercatori attorno a Elton Mayo misero per la prima volta l'accento sui contributi alla produttività forniti dal clima e dal comportamento dei dipendenti da questo condizionati. Da questi lavori nacque la scuola delle "Relazioni Umane" che evidenziava come nel lavoro fosse centrale il bisogno di appartenenza al gruppo, la qualità dei rapporti interpersonali fra dipendenti e la presenza di un significato a cui fornire un contributo riconosciuto per una "causa" comune.
Nel secondo dopo-guerra la teoria sistemica influenzò la trasformazione di queste ispirazioni originarie in un modello definito socio-tecnico (Emery, Trist) che illustrava come la salute dell'impresa dipendesse dall'efficacia del continuo scambio retroattivo (feedback) fra la componente strutturale (tecnica) e quella interattiva (sociale). La visione sistemica accentuava l'idea che l'impresa fosse soprattutto un ambiente a sua volta inserito in uno più grande e contente dei sotto-ambienti che scambiavano processi e transazioni tramite i quali si realizza una cultura specifica. La fortuna di queste idee ha superato il modello stesso, incarnandosi alla fine nelle evoluzioni degli anni '80, primo fra tutti il "Total Quality Management".

…alla globalizzazione
Perché di sistemi socio-tecnici non si sente più parlare? Perché il lavoro è stato parcellizzato e disperso e le imprese sono state portate altrove. Ci stanno insegnando che dobbiamo ragionare in termini di mercato e in termini di geografie allargate, mentre la geografia della speculazione funziona per concentrazioni e non certo per distribuzioni. Fuori dell'impresa la morte della politica industriale è dettata dalle manipolazioni dei mercati borsistici. Dentro le imprese il loro sfacelo è causato dall'esternalizzazione selvaggia prima dell'operatività e ultimamente del pensiero e dalla sostituzione dei criteri euristici (innovativi) di organizzazione e gestione con strumenti di standardizzazione e automazione uniformanti (a causa dell'omologazione in basso le imprese hanno sempre meno quel contributo all'innovazione che - unico - ne garantirebbe la competitività) e costosissimi proprio in termini industriali e organizzativi.

La fine dei sistemi socio-tecnici
La morte del sistema socio-tecnico comporta una scomparsa del lavoro come relazione e condizione di crescita culturale. Questa non può essere sostituita né con il profitto, né con la sua diretta emanazione che non è più il capitale, ma piuttosto il consumo delle eccedenze sempre maggiori e l'acquisizione di poteri sempre meno collegati con i loro effetti. A che serve essere "potenti" in un luogo privo di cultura relazionale, in un paese in cui l'arricchimento civile si è fermato o è regredito?
Se infine un luogo di crescita socio-tecnica ci fosse nel nostro paese, questo non è dato né dalle piccole imprese, troppo spesso realtà "mordi e fuggi" improntate sulla speculazione del quotidiano, né dalle grandi imprese, vuoti gangli della movimentazione borsistica di denaro soprattutto fra clan di capitale praticamente protetti dall'anonimato internazionale. Una possibilità viene data proprio dalle risorse della media impresa, dove sopravvive ancora una residua cultura imprenditoriale.

C'è un limite di applicazione alle sociologie, psicologie e metodi gestionali e questo è la volontà e l'etica delle persone e dei paesi.

Vedi anche:
Dal baratto alla post-economia
Missing Culture

31 luglio 2006

Oltre l'elogio dell'assenteismo

Quello dell'assenteismo è stato considerato da sempre un malanno da estirpare dai luoghi di lavoro. L'assenteista è stato visto in diversi modi, e comunque generalmente come un tipo disonesto, un mangiapane a tradimento.

Eppure dovremmo considerarlo in una maniera diversa.
È comprensibile che un'impresa non possa permettersi uno spreco come quello causato dai dipendenti assenteisti. Questo è un criterio economico che mostra di avere tutte le ragioni. Non altrettanto vale per la connotazione etico-morale.

Il lavoro salariato è un'invenzione dell'uomo che non ha nella natura dei fondamenti innati.
È quindi una persona normale quella che cerchi di evitare di lavorare.
L'assenteismo è soprattutto presente laddove il frutto del lavoro non è direttamente percepibile. Se mi procuro il cibo perché ho fame è naturale che veda gli effetti del mio operato e mi faccia convinto a ripeterlo ogni volta che ne ho bisogno.
Più difficile è convincere qualcuno che è giusto che lavori, non tanto per ottenere un prodotto, quanto per meritarsi lo stipendio a fine mese.
La coercizione, lungi dall'essere un deterrente, favorisce il desiderio di fuga, e quindi il fenomeno dell'assenteismo.

L'assenteista in molti casi è il vero lavoratore ecologico. In molti casi l'assenteismo non è solo un puro e semplice atto di evitamento, ma spesso un gesto di dissenso in una situazione in cui non sono possibili altre forme di espressione (la condizione schizogena del doppio legame Batesoniano - Double Bind).

Ricordo alcuni direttori di azienda in pensione o prossimi alla quiescenza che durante una cena si complimentavano l'un l'altro di quanto avessero messo in atto del motto - ai loro occhi deivertentissimo e giusto - che gli uomini si dividono in due grandi categorie i "piglia" (dove lo si può facilmente intuire, visto che l'enfasi sul triviale è una delle connotazioni distintive della sintassi di potere) e i "ficca".
Agli occhi di gran parte di queste direzioni le imprese sono dei trenini, una piccola parte della rete ferroviaria del ciclo aliment-anale nazionale, continentale, mondiale.

L'assenteista, prima ancora di essere uno che si astiene dal lavorare è uno che si astiene dalla partecipazione a questo meccanicismo sado-masochista inefficiente e parassitario. In questo senso non fa del male ai bilanci aziendali: fa del bene, piuttosto, in quanto riduce lo spreco di quest'attività residuale che è diventata presto dominante nelle organizzazioni del bel paese.
Come dire che in Italia ci sono picchi di assenteismo proporzionali all'immoralità del potere anti-economico.

Lungi dal proporre un'apologia dell'assenteismo, ne suggerisco l'interpretazione come sostanziale epifenomeno della direzione aziendale centrata sul potere, anziché sul risultato (out). Se la direzione lavorasse per il risultato ci sarebbero molti meno dipendenti assunti per riempire di risorse la giustificazione del potere del responsabile. L'assenza della persona necessaria si traduce in un'immediato effetto di visibilità. E soprattutto ci sarebbero meno sostituzioni di persone critiche con personale temporaneo incompetente.
Purtroppo il precariato, così in voga negli ultimi tempi, non fa che motivare l'assenteismo: non solo e non tanto quello dei precari stessi, quanto soprattutto quello degli equivalenti in ruolo che si trovano a fare quello che l'assunzione temporanea non riesce a realizzare, pur essendo implicitamente squalificati, in quanto equiparati a dei precari (in quanto tali non indispensabili).

Una buona direzione saprebbe che cosa far fare alle persone e come trasmettere la visibilità del proprio operato ai dipendenti. Lavorare "con te" e non "per te", questa è l'unica razionalità in grado di controbattere le ragioni nobili dell'assenteismo critico.

Una nuova filosofia delle risorse umane prevede che si lavori quel che serve, in quanti - e competenti - si rendono necessari per un risultato percepibile e riconosciuto in un sistema d'impresa bilanciato e dinamico, più smart che heavy, più intelligente che potente.

24 luglio 2006

A proposito di solitudini...

...più o meno in questi giorni, correva il 1999, scrivevo per l'Intranet dell'azienda in cui operavo un articolo dal titolo post-bertolucciano "Io corro da solo".
Si trattava di una riflessione sul cambiamento della cultura organizzativa per quanto attiene l'etica del lavoratore e del manager (che alla fine era e sempre più è diventato un lavoratore come altri).
Questa è un'istigazione a leggerlo "sette anni dopo" (e per alcuni amici a ri-leggerlo) per confrontare il disappunto di allora con l'indifferenza di oggi. Che sia un po' come la storia della rana che messa nella pentola a freddo si lascia cuocere diversamente da quanto farebbe se la si buttasse nell'acqua bollente?
Oppure erano tutti piagnistei immotivati e la nave va...?
Sarei curioso di conosce la vostra prospettiva personale (come al solito inseribile in commento).
Un pensierino per le ferie o per appesantire la canicola. Prima di ricominciare perché, si sa, "Roma rinascerà più bella e più superba che pria".

Chi ha voglia di leggere il pezzo lo trova qua

Per gli altri, qualche breve estratto.
"La cultura della mediazione e della dialettica é la piú avversata dal liberismo capitalistico estremo nello stesso modo in cui é combattuta dai brigatisti. Se Menenio Agrippa fosse vissuto oggi sarebbe stato giustiziato da un nucleo armato plebeo o ridotto ad accattonare dalle lobbies capitalistiche patrizie. E qualcuno pensa che sarebbe stato meglio cosí."
"Allora io corro da solo, fra delusioni giovanili e impotenze senili.
Corro da solo senza un'anima che mi guardi, che mi dica se ciò che faccio è male o bene; nessuno che mi mostri quello che ha fatto lui, o che prenda a discutere del lavoro comune o dell'azienda a cui si apparterrebbe.
Corro da solo il mio rally fermandomi sempre meno, su auto bollenti e rumorose dai sedili di ferro, dopo avere licenziato il navigatore in modo da avere tutta la gloria per me e rendere sempre piú soddisfatti gli spettatori sugli spalti, affamati dello spettacolo che solo la sofferenza e la morte possono offrire, e per arricchire un team delle corse fatto di gente che neppure conosco.
Io corro da solo, pigiando a fondo sull'acceleratore, ebbro della vertigine del mio destino che mi aspetta dietro una qualsiasi di quelle curve e che ora assorbe del tutto la mia dolorosa mente stanca.
Io corro da solo, e la velocità cancella il mondo attorno e la vita davanti."

16 luglio 2006

Non sei solo

Come ogni mattina esci di casa e non vedi la gente intorno a te. Pensi a quello che devi fare e non sai come farai a farcela, un altro giorno ancora.
Le persone che passano sono anche loro probabilmente immerse in pensieri come i tuoi, oppure a loro va bene così e sei solo tu che sei un satellite uscito dall'orbita. Ti sfiora lontano un ricordo dell'infanzia: una strada bianca tuo padre e tua madre giovani accanto a te e ti senti stretto da un abbraccio anche quando siete lontani perché il loro sorriso è dentro di te. Lasci allora che questa memoria dolce si giri in nostalgia e rimpianto per quello che è perso e non tornerà.
Adesso invece nulla riesce a darti quella sensazione, neppure la tua famiglia. Tutto il resto è invece fatica, un insieme di eventi che complottano contro di te. Dai capi ai colleghi di lavoro, dalle tasse ai ladri, dalla città sempre meno sicura all'incertezza sul giorno di domani, gli avvocati e i medici…
Tutte le cose pesano sopra di te come un ciclopico amante che ti schiaccia e vuole tutto di te, a cominciare dalla tua anima.
Ci sono giorni che nascono così e sembra impossibile fermarli. Eppure il giorno dopo o forse anche qualche ora dopo, non appena qualcosa torna a giocare a tuo favore, diventa tutto più facile, anche se dentro di te ti ripeti che non durerà.
E ci sono giorni che si susseguono così, pesanti, e neppure la notte ti salva perché continui a sognare la tua persecuzione. Allora pensi che non ci sia più speranza, che alla condanna di Sisifo non ci sia scampo. E rinunci e ti viene voglia di gridare, di scappare, di uccidere e di fare qualsiasi cosa o di non fare definitivamente più nulla.

E ora io che voglio e che posso fare in tutto questo? Probabilmente non molto, perché alla fine capita così anche a me. Quello che conta è piuttosto quello che possono fare le risorse che sono in te.
Così voglio chiederti di leggere con lentezza quanto segue, più piano di come stai facendo adesso, perché c'è bisogno che trovi dentro di te il corrispettivo delle mie parole, l'esperienza dalla parte della tua esperienza, la memoria buona della tua esistenza.
Desidero solo chiederti di fermarti per un attimo, di sederti comodo e di non pensare più. Di sorridere anche se non ti hanno raccontato una barzelletta e non ti sembra ci sia nulla da sorridere. Sorridi e lasciati prendere più che puoi tutto il tuo corpo da quel sorriso lieve.
E poi diventa consapevole che sei sempre esistito, probabilmente da un'infinita serie di vite. Che ti è già successo di tutto e che ogni volta pensavi che quella volta lì non ce l'avresti proprio più fatta. E invece poi magari è peggiorata ulteriormente. E nonostante questo sei sopravvissuto. Pensa che anche oggi stai diventando ciò che sei e che non devi essere più perfetto di ciò che sei. E pensa che l'imperfezione di ciò che stai divenendo è la tua perfezione, ed è bella, comunque sia.
Poi guarda attorno a te con gli occhi della mente. Sorridi e sfuoca lo sguardo. Se osservi bene scoprirai di essere circondato da fantasmi felici.
Sono le figure che ti hanno amato e che ancora ti amano. Bambini, donne, uomini, anziani… nonni e nipoti, amici e amanti, compagni di viaggio e incontri casuali di qualche minuto…
Le persone di quei fantasmi possono essersi perse, scomparse, oppure possono addirittura averti poi tradito o ferito, ma quelle immagini ancora ti amano e fanno parte di te. Non cercare mai di ucciderle o di farle scomparire! Sono vive e sono sempre esistite, perché fanno parte di te.

Ora te ne puoi accorgere: non sei solo! Non sei mai stato solo! E nei momenti più bui, quando lo scoraggiamento ti sembrerà universale, neppure allora sarai mai solo. Non sarai mai stato solo neppure per un attimo di tutte le tue vite.
Le figure che hai incontrato e che incontrerai sono qui e la guida che abita in te le conosce tutte ed è consapevole della loro forza. Attorno a te navigano le energie dei maestri che accompagnano gli uomini e le donne da quando sono bambini fino a quando non calcano più il terreno. E la tua anima viaggia sempre abbracciata a loro e sa di non essere sola neppure quando la tua mente si dispera e annega nel buio della mancanza di fiducia.
Ogni volta che ti racconterai la bugie che nella vita conta questo o quello, che se non arrivi lì nulla sarà mai importato, che tu hai dei problemi reali e concreti e che tutte queste sono favole senza realtà… ogni volta che lo farai - e lo fari, stai certo, se mai non lo stessi facendo già - la guida che è dentro di te (puoi chiamarlo inconscio, se vuoi) ne sarà consapevole e con una botta in testa quando meno te lo aspetti, ti costringerà a fermarti e cercherà di fartelo ricordare, di fartelo ammettere.

Sappilo sempre!
Non sei solo, non lo sei stato mai e mai lo sarai.

10 febbraio 2006

Da NetManager a Leonardo

Rilevando Noicom, Eutelia ha rivoluzionato anche il content management (e quindi i siti) che venivano curati da quella società. Alcune persone se ne sono andate, altre hanno dovuto modificare sensibilmente la loro attività.
In Personal Coaching avevo a suo tempo segnalato tutta una serie di articoli più "professionali" che andavo pubblicando su uno dei siti Noicom-Eutelia, Netmanager, appunto. Quando quella società ha chiuso quel sito ho sentito meno forte il rapporto di collaborazione, anche perché il tutto è diventato un canale del portalone onnicomprensivo e soprattutto gossip-oriented (o generalista, se volete), Leonardo.it.
Non sono incline a fare questioni su questi mutamenti di scenari del web. Mi limito solo ad aggiornare i link che trovereste nel pregresso e di farlo, non tanto andando a ritoccare i precedenti post (che mi costerebbe fra l'altro troppa fatica), ma ricostruendo un indice di quanto è ancora reperibile negli archivi di Leonardo:

13.01.2005 - Il tempo per sé
Quando il lavoro non offre spazio è sbagliato insistere a fare: molto meglio è curarsi degli spazi personali e migliorare se stessi

25.01.2005 - Corporate e Personal Coaching
"Di chi è l’obiettivo dell’intervento di coaching?". Del cliente individuale pagante, di quello sponsorizzato dall’organizzazione o dell’impresa committente, dello stakeholder?

10.02.2005 - Gruppi di Personal Coaching
In questo articolo, attraverso le riflessioni di Ennio Martignago sui confini del coaching individuale, ed il passaggio dall'individuo al gruppo, prosegue idealmente quanto descritto in "Corporate e Personal Coaching"

24.02.2005 - Confidenze abbastanza intime
Come i personaggi di un film recente, anche il manager può aver bisogno di un rapporto confidenziale con uno sconosciuto partecipe

10.03.2005 - Il Tempo del Coaching
Quanto tempo deve durare la mia sessione di coaching? Se ne raccontano di tutti i colori in proposito, ma non ha senso definire un tempo standard

24.03.2005 - Coaching e Formazione
Una parte del mondo della formazione può uscire dall’ambiguità di questo settore in crisi teoretica definendo diversamente il proprio ambito professionale

07.04.2005 - Gli effetti della seduzione
"Sii spontaneo!". Gregory Bateson ha battezzato “Doppio Legame” (Double Bind) il tipo di messaggi che mettono il destinatario in una posizione di ambiguità penalizzante, imprigionante, una vera e propria crisi razionale della definizione e della percezione alla realtà, e nelle aziende il doppio legame è un meccanismo usato più frequentemente di quanto non si pensi

21.04.2005 - Coinvolgere o Desensibilizzare
A seconda delle dimensioni dell’azienda il coaching può essere motivante, competitivo o aggressivo in funzione di come il cambiamento economico condiziona il mercato e la cultura d’impresa. La vera novità è però rappresentata soprattutto dall’aiuto alla de-programmazione al lavoro e alla desensibilizzazione morale del lavoratore

09.06.2005 - Il fattore T: come fare del proprio tempo inutilizzato il nostro principale alleato
Nonostante si tenda a sostenere fino alla noia che la risorsa meno disponibile sul lavoro, e di conseguenza anche nella vita privata, sia il tempo, spesso non ci si rende conto fino a che punto questa sia una superstizione

18 gennaio 2006

I diari della motocicletta

Immaginando di percorrere la tua giornata su di una moto, vorrei che per un attimo ti domandassi che tipo di motociclista sei. Immaginando di percorrere la tua vita lavorativa come se fosse un percorso stradale potresti chiederti che tipo di strada stai percorrendo. E a questo punto potresti anche avvicinarti a comprendere quale abbiano imboccato le nostre imprese, il nostro paese e il nostro modello culturale.

Ci sono forse due o tre grandi varianti dei gusti motociclistici.
Da un lato quelli che intendono la moto come un oggetto d'amore in sé; dall'altro quelli che la vedono come un mezzo per realizzare i propri obiettivi; e poi, come sempre, quelli che stanno a metà. Questa distinzione già ci dice molto, ma ancora non ci orienta del tutto sul tipo di moto che fa per te.
L'altra utile distinzione ha a che fare con il rapporto che si ha con la velocità e quindi con l'esperienza - interna o esterna - del viaggio o dello spostamento. Premesso il senso di libertà che probabilmente accomuna tutti i motociclisti (anche se è una libertà discutibile, visti i tanti vincoli che comporta - dall'abbigliamento, alla manutenzione, ai costi...), se per te la velocità è l'esperienza che motiva l'uso della motocicletta hai probabilmente un'orientamento diverso dal caso che fosse il piacere estetico e turistico del paesaggio e del viaggio stesso a dominare.

Rimanendo nel campo motociclistico, se sei orientato al viaggio la moto che fa per te potrà essere una custom - se ami l'oggetto moto - ma anche una turistica o uno scooter - se sei uno "pratico" - o una naked se sei una via di mezzo. Se invece sei orientato alla velocità puoi sempre accontentarti di quello che hai, ma presto o tardi dovrai realizzare il sogno di una moto sportiva.

Quello che voglio dire è che un non-motociclista potrebbe pensare che stiamo parlando in fondo sempre di moto, mentre non è così. Stiamo parlando di rapporto con l'esperienza.

L'effetto immediato della velocità è il restringimento proporzionale del campo visivo. Quanto più questa sale tanto meno si riesce a vedere quello che sta intorno, fino ad arrivare a cogliere solo un punto astratto davanti a noi, che alla fine si introflette diventando un punto interno. Chi viaggia veloce in fondo viaggia dentro di sé, è sospeso nel vuoto e modula, curva dopo curva, il proprio stesso senso di equilibrio.
Per questo il viaggio per chi ama la velocità ha più a che fare con l'esperienza allucinogena: è uno spostamento all'interno del proprio mondo propriocettivo; un modo per introiettare la realtà esteriore e sentirla come una trasposizione. L'esterno non c'è più. È stato divorato dalla velocità!

Al contrario, il motociclismo turistico spinge il motociclista a uscire dalla propria realtà, a non guardare più dentro di sé, ad annullare i pensieri e a portare la propria mente nel paesaggio. Non importa quasi il fatto di arrivare e, anzi, si viaggerebbe meglio se l'unico pensiero fosse quello di trovare un bivacco per la notte per poi poter riprendere il cammino l'indomani. Se si va piano si gode più a lungo dell'esperienza del contatto con la propria moto e, soprattutto del contatto con il viaggio stesso. Nel procedere del viaggio il viaggiatore, con il passar del tempo, è sempre più orientato all'esterno, quanto nella corsa il corridore trasforma sempre più l'esperienza in interiorizzazione, una sorta di solitudine piena. Quando l'esperienza diventa esponenziale, per il viaggiatore si può arrivare al punto di non ritorno del viaggiare per viaggiare, del perdersi del tutto nella totalità dell'esterno e andare sempre avanti sospinti dalla curiosità di vedere la prospettiva dietro all'altro angolo e a quello dopo; mentre per il corridore l'insoddisfazione si traduce in fame di velocità, di incorporazione del tutto e di trascendenza della fisicità in velocità.

Già, ma per te che in moto non ci vai proprio e non sei neppure interessato all'argomento, a che cosa può valere questa discussione?

Il punto è che nella "moto della tua giornata" ci sei sempre. La tua vita va troppo lenta o troppo veloce? Inglobi l'esterno nella tua esperienza interiore o esteriorizzi tutto nelle tue relazioni con il mondo? vivi focalizzato sul tuo obiettivo o ami di più l'oggetto della tua esperienza? per te l'esperienza della noia emerge quando vai piano o sei fermo oppure quando non hai stimoli esterni?

Siamo, è vero, in un mondo che va sempre più veloce... o meglio, che si dota di apparati che spingono sulla rapidità, ma non tutti siamo così interessati alla velocità.
Se dovessimo mettere in un quadrante l'ordinata della focalizzazione (orientamento all'obiettivo o al mezzo) e l'ascissa dell'esperienza (corsa o viaggio), incontreremmo quattro tipi uno dei quali potrebbe essere più vicino a noi nel nostro modo di vivere l'ambiente di lavoro, la nostra quota personale relativa di managerialità diffusa.

La velocità porta a vedere sempre solo quello che ti sta davanti e a far riferimento sempre più soltanto alla tua stessa persona, dimenticando tutto quello che ti sta attorno, o meglio, fagocitandolo, metabolizzandolo e assimilandolo nella tua esperienza, trovandogli lo scopo in quello che vivi. Di fianco a te un amico ti racconta di quello che ha sperimentato e tu ti chiedi a cosa può servirti, tuo figlio se ne sta andando ma tu non te ne accorgi perché è fuori dal tuo campo visivo. Se sei focalizzato sulle tue competenze sarai un po' come un artigiano, concentrato sull'amore per il suo lavoro e su quello che stai realizzando in questo momento, mentre se è il fine ultimo, l'obiettivo a orientarti sarà poco importante come lo realizzi: è fondamentale arrivare, soprattutto che tu arrivi. Alla fine della strada, non sarà strano che tu venga a scoprire nient'altro che un'esaltazione solitaria.

D'altro canto il viaggiare per viaggiare ti porta, è vero, a guardarti attorno e a scoprire quanta varietà le persone e le situazioni offrano. Osservi e ti intrattieni. Ti prendi il tempo ed esplori. Il tuo collaboratore o il tuo capo ti stanno soffiando i meriti di quello che fai, ma poco importa perché la tua esperienza ti sta dando soddisfazioni. Stai al lavoro, curi il cliente e le relazioni con i colleghi e non ti chiedi dove stai andando perché, parafrasando Gaber, "il lavoro è partecipazione". Se sei orientato al mezzo costituirai, o farai parte di un gruppo che tiene alla sua creatura più che al fine che questa può far conseguire, mentre se sei orientato all'obiettivo il tuo progetto sarà un susseguirsi di tappe e soprattutto un adattamento al trend aziendale del momento, una continua occasione per esprimersi, tu e chi sta con te (che comunque preferiresti interpretasse le tue istanze più che le sue).

Ecco. A te ora la scelta di dipingere a quale tipo di motociclista o, più frequentemente, a quale via di mezzo assomigli.
Non solo. Potremmo giocare a chiederci a quale tipo di motociclista assomigli l'attuale modello di sviluppo dell'impresa italiana.
L'obiettivo di tutto ciò? La consapevolezza, innanzitutto. La consapevolezza è sempre il principale enzima per la riequilibratura e il riorientamento. L'attuale disamore per la moto, ad esempio, potrebbe essere anche solo una stanchezza per la velocità; oppure l'attuale rigetto per il mezzo potrebbe essere solo una perdita di interesse per l'obiettivo del viaggio...

La primavera è vicina e si può usare la moto in tanti modi, anche molto piano, senza mai perdere la soddisfazione di far strada.