28 settembre 2005

NoWhere Memories

Spesso mi tocca trascurare gli appunti di Personal Coaching per mancanza di idee, assorbimento in altre attività o semplice stanchezza. Queste assenze possono dare l'idea che il diario sia stato chiuso.
Di fatto di diari ne ho aperti molti.
Alcuni sono stati effettivamente chiusi (kfore - Knowledge Convergence e NomadWare), mentre altri rimangono aperti, ma sono di fatto trascurati.
Uno di quelli a cui tengo di più è fra quelli a cui mi dedico più saltuariamente. Si chiama NoWhere Memories - Tracce sulla spiaggia dell'Anima e, come evoca il titolo, attiene a riflessioni più "interiori" o, se si preferisce, psicologiche.
Per una volta uso Personal Coaching per un advertising incrociato e spero di essere perdonato adducendone le ragioni essenzialmente sentimentali.

16 settembre 2005

Desensibilizzare è meglio che curare

Una regola da prendere sempre in considerazione, soprattutto nelle relazioni d'aiuto, è quella che spesso il problema consiste nella soluzione che è stata trovata a qualcosa che spesso un problema non è.
Ci si trova così ad affrontare problemi di natura relazionale, sessuale, lavorativa e così via senza considerare che è l'obiettivo che ci si dà a non essere corretto.

Viviamo in una società eretistica e ipertrofica. Soggetti a continue stimolazioni, viviamo ossessionati dal timore di non essere all'altezza o di non avere abbastanza. Ad esempio, indubbiamente la sessualità è una componente importante della vita, ma ne sentiamo il bisogno, più spesso vissuto come costante insoddisfazione, in funzione di una continua sollecitazione che non è una necessità autentica della nostra persona. Il più delle volte si tratta del frutto di continue sollecitazioni che ci provengono dalla strada, dalla televisione, dal costume delle persone che frequentiamo. Tutto questo perché mettere in discussione i luoghi comuni ci risulterebbe ancora più penoso che assecondarli.

La nostra vita è all'insegna di automatismi che ai nostri antenati erano pressoché sconosciuti. La vita è più semplice di come ci troviamo a viverla. Per vincere le frustrazioni del lavoro si finisce per assumersi maggiori responsabilità e per lavorare sempre di più. Eppure il lavoro ha dei costi che possono essere superiori alla retribuzione che ce ne deriva. Essere all'altezza del tenore sociale richiesto dal ruolo può essere talmente costoso che se ne sottraessimo il valore dallo stipendio scopriremmo di guadagnare meno dei nostri sottoposti. Lavorare di meno sarebbe la cura (sia per la salute che per i bilanci). Invece cerchiamo aiuto per poter vivere peggio. E il bello è che lo troviamo, anche. Psicoterapie interminabili, coaching esasperati, corsi di formazione artefatti, sessuologi ideologizzati ci aiutano a mantenere l'incubo delle nostre ossessioni.

Bisognerebbe sostituire la terapia delle nostre insoddisfazioni con una cura che ci salvi dalle assuefazioni "normali". La cura di cui la maggior parte di noi ha maggiormente bisogno è una terapia della de-sensibilizzazione. Imparare a "sentire di meno", a non reagire a qualsivoglia stimolo, a schermare i nostri sensi e la nostra coscienza dalle infinite contaminazioni dello stile di vita contemporaneo.
È difficile proporre un simile obiettivo a un cliente che si ritiene convinto della propria analisi e di una diagnosi così condivisa da quanti ha attorno. Eppure la mancanza di difese o l'uso improprio che il corpo (e la mente) di ognuno di noi ne fa sono il meccanismo che sta alla base delle patologie del secolo: virus, retro-virus e malattie auto-immunitarie.

Un modo per vivere meglio lo possiamo praticare tutti senza ricorrere a consulenti o terapisti: sottrarsi in maniera volontaria all'uso dei mezzi di sollecitazione automatica dei sensi e dei bisogni. È quasi come smettere di fumare, ma un po' più difficile, anche perché da nessuna parte si scrive: "l'auto uccide", "il televisore provoca l'alienazione", "il troppo lavoro danneggia gravemente te e chi ti sta intorno", "un certo amore crea dipendenza, non iniziare", come invece si trova su tutti i pacchetti di sigarette.

Paradossalmente è la "normalità" con cui vengono vissuti dal resto del mondo questi comportamenti che motiva la richiesta di aiuto.
D'altro canto si può a buona ragione affermare che molte delle patologie contemporanee - fisiche e psichiche - altro non sono che effetti dell'ipersensibilizzazione coattiva.
Invece di trattarli con delle cure che prendono sul serio il bisogno sarà bene smontare gli assunti, lavorare per scoprire i veri obiettivi della vita equilibrata per poi passare a studiare delle strategie e a mettere in pratica delle tattiche per desensibilizzarsi, per annullare l'automatismo dei desideri e per abbassare la soglia di reattività agli stimoli sensoriali e alle illusioni narcisistiche.

(da Cambiare.org

01 settembre 2005

Manager senza testimoni

Per massimizzare i profiti abbatendo i costi, le imprese - marcatamente quelle di grandi dimensioni - hanno trasformato la propria struttura in questo modo:
  1. Incentivando all'inverosimile i profitti di un top management sempre più ristretto con meccanismi di partecipazione esasperata agli utili aziendali (stock options)
  2. Delegando a fornitori esterni deregolamentati le attività della base (ridotta così ai minimi termini)
  3. Facendo scomparire tutto quello che stava in mezzo.

In mezzo vuol dire il livello manageriale intermedio, ma non solo.
La scomparsa del "mezzo" vuol dire anche quella dell'età di mezzo.
Assistiamo sempre più frequentemente all'ascesa di una generazione di giovani manager che, a fronte di responsabilità non da poco, vengono assunti o affittati in regime di precarietà sottopagata.
Questi neo-manager il più delle volte si trovano a camminare sul filo senza rete, senza cioé la protezione e il contributo che arriva dall'esperienza di quelle figure che sapevano che cosa vuol dire essere manager, quel che significa azienda e, nello specifico, quell'azienda.
Le sole risorse di cui dispongono sono un bagaglio formativo velleitario, scolastico oppure liofilizzato da qualche società di formazione usa e getta, quando addirittura inesistente.
Nessuna "formazione" teorica può supplire a quella che si genera nella socializzazione che trasmette la cultura professionale e d'impresa assieme a una deontologia sempre più spesso povera di fondamenti e motivazioni (imprese che praticano l'ideologia della predazione motivano lo sviluppo di generazioni di manager scaltriti nella pratica della predazione interna e del cannibalismo - après moi le deluge).

In compenso, i manager di mezzo che non sono andati in pensione anticipatamente per fare altro (lavoro o tempo libero) sono spesso accolti dalle medie imprese che hanno motivazioni di sostenibilità e di sopravvivenza e magari anche di successo.

Da tempo Peter Drucker ha previsto il superamento della grande impresa.
L'unico "mezzo" che rimane è la media impresa, presa fra Scilla e Cariddi del ricatto delle grandi corporate e delle possibilità di cartello che il mercato consente.
Accanto a forme di organizzazione innovative, in gran parte di là da venire probabilmente - eccezioni a parte - questa è una delle poche dimensioni dove esistano ancora degli spazi manageriali in cui sia ancora possibile il passaggio di testimone con la generazione di mezzo (peraltro già in via di estinzione).

L'impresa irresponsabile di Gallino

Si ricomincia.
Un anno nuovo carico di incertezze si profila costringendoci a trovare un modo per trasformare le incertezze in opportunità.
A portare avanti questa sfida erculea sono chiamati necessariamente quelli che occupano una posizione manageriale.
Nell'ultimo decennio, però, è profondamente cambiato il senso del ruolo di manager, soprattutto nelle grandi imprese.
È necessario più che mai farsi un'idea chiara dello scenario in cui si è chiamati ad opeerare.
Al di là di ottimismi o pessimismi, quello che potremmo chiamare il vate della trasformazione industriale che ancora all'inizio degli anni '80 descriveva quello che oggi abbiamo sotto gli occhi ha messo per iscritto le sue ultime riflessioni.
È un lavoro che tutti noi che abbiamo a che fare con le imprese di oggi non possiamo proprio ignorare.
Andatelo a comprare e leggetelo - costa anche poco. Ecco i dati:
Gallino L., L'impresa irresponsabile, Einaudi, Torino, 2005. Collana Gli struzzi. Pagine XX-271. Prezzo € 15,00.
(acquisti online: http://www.unilibro.it/find_buy/libro/einaudi/l_impresa_irresponsabile.asp?sku=12091607&idaff=0 - http://www.lafeltrinelli.it/istituzionale/catalogo/scheda_prodotto.aspx?i=2194289 - http://www.bol.it/libri/scheda/ea978880617537.html )
Alcune recensioni:
http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/spettacoli_e_cultura/libri17/libri17/libri17.html
http://www.zeusnews.it/index.php3?ar=stampa&cod=4287&numero=999
http://www.impresaprogetto.it/portal/page/categoryItem?contentId=43851
http://it.groups.yahoo.com/group/sociologiscalzi/message/28
http://www.benedettodellavedova.com/blog_archive/000628.html
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=TUTTIEDIT&TOPIC_TIPO=E&TOPIC_ID=43938
http://www.cosinrete.it/2005_08/cosinrete2542_07.htm
Articolo di Gallino sul tema:
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/48/48A20040303.html

03 agosto 2005

Creativo o Creatore

Valutando i tratti di personalità e il potenziale del personale nelle aziende fra i termini che vengono usati c'è quello di "creativo".
Eppure un distinguo va posto fra personalità "creativa" e "creatrice".

Creativo è colui che trova soluzioni originali per far risaltare un prodotto o un lavoro. A predominare è il lato estetico e giocoso, la capacità di mettere in gioco la fantasia. Laddove un reparto o un dipartimento hanno la tendenza a farsi appesantire e ingrigire dalle abitudini e dalla burocraticità, l'apporto di figure creative può contribuire al rinnovamento. Gli stessi creativi sono poi ben noti nell'ambiente pubblicitario e in tutte le attività alla moda.

Tutt'altra storia quando si parla di "creatori". Questi sono personaggi condannati dal desiderio di fecondare qualsiasi cosa, donne, terreni, idee, aziende...
Nella teoria dei tipi psicologici jungiani corrispondono all'intuitivo, quello che, secondo l'analista svizzero, vede il futuro, avendo doti di insight e capacità di cogliere dritto all'essenza dei fatti e dei problemi. Quello anche che, sempre all'inseguimento del cambiamento, non ama fermarsi, passando, come la ben nota "pietra rotolante che non fa muschio", da un'innovazione all'altra, lasciando ad altri di far maturare e poi cogliere i frutti. Non si tratta necessariamente di geni, quanto di "imprenditori", proprio perché amano l'impresa ai suoi esordi. Se nei "creativi" è la fantasia a lavorare, i "creatori" lavorano con l'immaginazione, secondo una distinzione approfondita da E. A. Poe. Chi rappresenta magnificamente questa dote è J.L. Borges che nel racconto "Le rovine circolari" descrive un mago che per dar vita a un uomo lo genera da un proprio sogno, scoprendo presto che non basta fantasticarlo: bisogna generarne l'immagine pelo per pelo, poro per poro, odore per odore, cellula per cellula. L'immaginazione è il lavoro e la disciplina dell'immaginario, uno sforzo di concentrazione tenace e ficcante per gettare un ponte fertile sul futuro.
Il creatore ha anche diversi difetti: prima di tutto la sua visione lo porta a passare sopra la quotidianità e a non accettare compromessi; spesos è difficilmente comprensibile e le sue sfide sono rischiose. Forse il futuro gli darà ragione o forse no, comunque sia i frutti non verranno raccolti così presto.

Nonostante questo, proprio i tempi che stiamo vivendo avrebbero bisogno di creatori, eppure sono gli ultimi ad essere ricercati. Pochi - meglio se tanti, maledetti, sicuri e subito: altro che fecondazione. Le aziende non vogliono figli; a guadagnare sono vecchi stanchi che si circondano di giovani inesperti e obbedienti, oltre che sottopagati. La speculazione richiede furbi, forse creativi, ma mai creatori.

Non di rado li vediamo quandi migrare in attività no profit, magari in paesi "in via di sviluppo", come si diceva una volta. Che il futuro stia là, come lasciava presagire qualche anno fa anche Drucker?