20 maggio 2011

Quotidiano Piemontese: kermesse pubblica di presentazione

Mercoledì 25 maggio dalle ore 18.00 alla Fnac di Torino in via Roma si svolgerà la prima presentazione ufficiale di Quotidiano Piemontese. Presenti, alla Fnac e in collegamento da altre parti d’Italia, Vip del mondo Internet discuteranno con i fondatori e con la redazione di Quotidiano Piemontese.

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Location:FNAC - via Roma, 56 - Torino

28 aprile 2011

L'Ufficio fra le Nuvole

Leggi l'articolo originale completo di immagini su QuotidianoPiemontese nella mia rubrica UserFriendly

Alzi un dito chi non ha ancora mai sentito parlare di Cloud Computing? … Mi sembra di non vedere così tante mani alzate. Ora proviamo a verificare quanti hanno capito di che cosa si tratti. In questo caso di mani ne vedo ancor meno.


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La storia delle nuvole (Cloud) dove si troverebbero i computer ve la sentirete raccontare in tanti modi. In effetti è un prisma che ha più facce, tre delle quali sono le principali: quella tecnica, quella commerciale e quella dei servizi.

Innanzitutto vi troverete in giro un mucchio di letteratura che riduce la questione al puro ambiente tecnico in ultima analisi paragonabile a quella che fino ad oggi si era soliti chiamare Server Farm, una batteria di risorse di calcolo e soprattutto di archiviazione come quella di Google. Non è un caso, infatti, che proprio le società maggiormente dotate di questi apparati in ragione del loro preesistente business, come appunto Amazon o Google, siano state le prime a sviluppare una propria idea di Clouding. Ma allora perché non chiamarla Server Farm?

Perchè c'è di mezzo una rappresentazione di risorse sfumate eterogenee e in parte non-proprietarie che costituiscono questo ecosistema-nuvola al quale i dispositivi di tutti attingono e contribuiscono. In realtà la cosa non sta andando in questa direzione, almeno non per tutti: molti non apprezzano condivisione e biunivocità, prediligendo un sano sistema di scambio commerciale lineare e unilaterale, fidelizzante. "Tu sei nel mio Cloud" diranno presto Microsoft, Apple, HP e magari un giorno anche i più aperti come Google.
Ma allora che differenza c'è in questo aspetto commerciale-sistemistico con i vecchi terminali (che sarebbero i nostri computer), i NetPC di Larry Allison (e poi lo stesso Gates), o iTunes e Amazon? Una certa maggiore misticanza aleatoria che connota la caratteristica della proposta - appunto - commerciale dei "Clouders".

C'è poi una terza variante, che è quella che piace a me e a quelli che la pensano come UserFriendly.
Il Cloud può esaltare il dispositivo che usiamo nel momento stesso in cui ce ne rende indipendenti. Questo sarà presto chiaro a chi usa la musica. Oggi se hai un iPhone, un iPod, un iPad e un computer e vuoi condividere la stessa musica dovrai allinearli ogni volta e se te ne dimentichi, alla fine non saprai più dove si trova quello che hai voglia di ascoltare. Se poi si deteriora l'archivio sono fatti tuoi. Avendo tutta la tua roba nella nuvoletta il problema non si pone più.

Bello, vero?
…A ben guardare, nelle pratica mica tanto!



24 aprile 2011

La ricerca della Bellezza

Fra le tante virtù, la Bellezza è forse la meno nobilitata, ma certo la più ricercata. È quella cui il potente e il ricco maggiormente anelano impadronirsi il tempo sufficiente per non vederla cambiare, un po' seguendo la stessa logica per cui il violento desidera sfregiarla.

Il giovane desidera esaltarla, simulandola, mascherandola, accentuandola per venderla meglio, per sentirsi qualcuno, per comprarsi con essa una quota a parte di potere, una scommessa sul domani; e poi, quando l'età prende piede, anche lui non si rassegnerà al destino e ne vorrà comprare una parte in più presso stregoni antichi e moderni armati di creme e bisturi.

Le civiltà si fondano e maturano grazie ad altre virtù come il coraggio e l'integrità, ma poi alla loro decadenza si adagiano a comprare bellezza e piacere.

Quale bellezza può esserci in una molle proprietà orgiastica? Che bellezza può essere quella dissimulata, comprata, pagata fra satiri politici o accademici, fra capitalisti, latifondisti di persone, laidi tronfi dei materassi di denari e dell'arroganza di "posso e voglio"?

Non certo quella di cui cantano poeti e filosofi, psicologi e mistici. Quella Bellezza che manda in estasi i santi come Giovanni della Croce o Teresa d'Avila, ma anche quella che ha ispirato la Venere dalle Acque o l'altero David.

Insomma, il fatto che della bellezza venga fatto un uso squallido non esaurisce la grande virtù della "Bellezza". Non di meno, la virtù altrettanto importante sta in chi la guarda. La Bellezza è infatti prima di tutto una condizione interna all'osservatore capace di coglierla e di restituirla come proiezione dell' "oggetto" ammirato.

La Bellezza è una capacità che è dentro di noi, prima che in un tramonto, in un fiore, nelle vie di una città, nel suono del silenzio o nei tratti armonici e caratteristici di una creatura umana.

Per questo la bellezza che attira il politico, il ricco, il primario, l'accademico o il potente proietta nella desiderata e nel desiderato le doti estetiche della sua anima; e la volgarità che spesso trova fuori di sé mostra a tutti quanta volgarità sia dentro di sé.

Poveri di spirito, molti uomini e molte donne dei nostri anni ridono e dileggiano discorsi simili. Rimandano all'invidia di chi non può, banalizzano il bello come un desiderio valido per tutti, pensano che ci siano classifiche: il divo più bello, la stella più desiderata. L'universalità di una tale superstizione presume che il "volgo" abbia un'idea comune di quello che è bello: per questo una tale virtù è "volgare" per principio stesso.

Chi consulti un sito pornografico scoprirà che è quasi infinito il numero di donne e uomini che rispondono al requisito del volgo. Falli di ogni guisa e muscoli pieni, curve arrotondate e sicurezza di sé; seni pieni, turgidi, a coppa, a pera; culi imperiali, delicati, floreali; ani, vulve, verghe… quanta bellezza! che inflazione! Tutto questo ha un senso compreso fra il metabolico e il ludico. Ho poi un grande rispetto per la pornografia: non quella dei mercanti di possesso, ma quella essenziale, quella radicale raccontata da conoscitori profondi della crudele istintiva basicità della natura animale degli esseri. Ma questa è un'altra storia che appartiene ad un mondo indistinto, un pleroma di fango e carne che si trova agli antipodi netti della Bellezza e che non desidera altro che riportarla a quelle origini prenatali.

Il pensiero di fare mia la bella appartiene forse e tutt'al più alla mia adolescenza. Con gli anni e molto presto, in fondo, ho perso l'irrazionale anelito di potere fare mia la bellezza semplicemente possedendola: fidanzandomi o copulando.

Quando accanto a te per la strada passa un bell'uomo o una bella donna, poco importa che abbia il sesso con cui ti accoppieresti, come un arco riflesso condizionato chiami "desiderio" il guizzo che sorge dalle tue viscere. Si tratta però di un sentimento che non va da dentro a fuori, ma che rimbalza da fuori a dentro prima di uscire nuovamente all'esterno. Ossia, desideri essere come lui o come lei, ma soprattutto desideri essere desiderato perché così proveresti il sentimento di avere in te la desiderabilità che scambi troppo facilmente per bellezza. Quel desiderio è fratello siamese della comune invidia che poi virerà in gelosia.

Questa ridicola e triviale speranza del possesso della bellezza nasconde un pensiero magico di partecipazione per incorporazione, come se impadronendosene attraverso l'atto ludico simbolico della penetrazione si venisse a parteciparla e addirittura a parteciparne tutti, come nelle orge esoteriche.

Ma la Bellezza è come un lucciola che desideri afferrarla per essere un po' anche tu luminoso e nel momento in cui lo fai la uccidi e in quell'istante stesso perdi anche la sua luce.

La mia Bellezza è altrove.

Cerco una Bellezza intima, privata, riservata, fuori dall'evidenza di tutti.

La mia Bellezza che sono in fondo io.

Credo di avere raggiunto un traguardo nel momento stesso in cui ho maturato una "mia" idea di bellezza. Un tempo era confusa, complicata, incerta. Oggi invece potrei esprimerla in una formula, una sorta di sillogismo.

Per me la Bellezza è "manas", é energia spirituale che anima forme imperfette traducendo l'originalità dell'imperfezione in richiamo.

Questo manas, questa energia attrattiva è quello che io e forse molti altri chiamiamo "fascino".

Una donna bella è quella che per me ha Fascino e non quella piacente per uno standard formale apparentemente universale, ma in ultima dipendente dai gusti di un'epoca o dalle mode trasmesse dai media della nostra generazione.

Il primo passaggio è quindi il FASCINO.

Questo Fascino si disperde immediatamente in assenza dell'Intelligenza. Non il quoziente intellettivo, l'intelligenza combinatoria delle macchine calcolatrici, ma quella dello sguardo che riduce la realtà alla propria angolatura, all'interpretazione fulminante della propria estetica. L'intelligenza che lascia dietro di sé l'alone di incompiuto che perviene dal rispetto del dubbio, dal culto del dubbio. Perché senza aleatorietà non può esserci vero fascino: il dubbio e l'incompiuto è quel vuoto in cui subito la nostra fantasia si tuffa a pesce per riempirlo, per parteciparlo.

Il secondo passaggio è dunque l'INTELLIGENZA.

Infine, tuttavia, questa intelligenza potrebbe essere furbizia che dissimula il fascino. Una condizione tipica della seduzione, la dissimulazione che serve per truffare la sensibilità dell'altro, il più squallido dei più diffusi stratagemmi che la presunzione di possesso esercita per fare del male, in fondo più violenta dello stupro, perché dove lo stupro offende solo il corpo, questa, oltre al corpo stesso, deturpa e sfregia l'anima, la fiducia in sé e nel proprio sentimento interno di Bellezza.

Nessuna Bellezza è in fondo possibile senza l'ultimo e più importante ingrediente: l'AUTENTICITÀ!

Essere autentico e autenticamente Bellezza significa non avere bisogno di essere completato per amare - usiamo una volta sola questa difficile parola. Vuol dire muoversi con una naturalezza propria. Vuol dire provare una sana ironia per il desiderio altrui e anche per il proprio e soprattutto essere immediati e chiari, limpidi nel riconoscere la Bellezza Autentica fuori di sé, come per un diapason che risuoni la stessa nota, e nello stesso tempo puri nel lasciarla andare a percorrere libera la propria strada, paga il più delle volte di averla riconosciuta e qualche volta conosciuta (in senso non necessariamente biblico) meglio.

Per me la Bellezza è dunque figlia del fascino intelligentemente incompiuto pregno di pura autenticità.

Con l'età sono felice di sapere riconoscere nel mio prossimo sempre meglio un raggio di quella Bellezza che me la fa riscoprire come parte di me stesso. Il giorno in cui non sarò più capace di riconoscere quella bellezza sarò meno vivo. La vera povertà che spesso chiamiamo vecchiaia è in fondo non riuscire più a vedere ogni giorno e per ogni dove questa bellezza intorno e dentro me.

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27 marzo 2011

Il Web 3.0 pensionerà la nostra specie

Intervistato da Jason Calacanis al Liveblogging SXSW, Tim O’Reilly ha spiegato il seguito del tormentone del Web 2.0 che, in mancanza di meglio, ha battezzato grattando il barile della sua originalità Web 3.0.

Chi ha qualche anno in più, e Tim ne ha abbastanza, dovrebbe ricordare, non solo il Web Semantico, ma anche la parabola precoce del cosiddetto M2M (che stava per la metafora del sistema di macchine a generazione autoreferenziale, machine-to-machine).

A fronte di un'intelligenza su network che, inflazionandolo, ha impoverito il valore di quello che ritenevamo più prezioso, come la comunicazione, l'informazione, la cultura, stiamo giungendo ad un'auto-generazione di referenze (i tag) che a loro volta mescolano i contenuti, confondendo le parole con le conoscenze, il consumo con l'elaborazione, la lettura con la meditazione.

Facendo eco all' Howard Rheingold di "SmartMobs" e al Don Norman de "Il computer invisibile", Tim nota come gli smartphone, la geolocalizzazione, i feed rss… stiano costruendo attorno a noi una rete neurale che vive e "pensa" al nostro fianco. Questo sta ribaltando i rapporti di forza: non è più lei che serve noi, ma siamo noi ad essere i suoi burattini, come la premonizione dei tempi mefistofelici intuiti da Rudolph Steiner un secolo fa.

Dobbiamo ricordare che Internet e il Web, qualsiasi sia il suo numero, non è né indispensabile, né invulnerabile. Pensiamo solo a quello che accadrebbe nel caso di un crash magnetico come quello ipotizzato da certi catastrofisti. Potremmo pensare che si tratti di un'eredità che la nostra specie, nella sua variante cosiddetta "occidentale", capitalistica, sovra-produttiva e consumistica, lascia alla storia. Ma Alessandria e la sua biblioteca, come forse Atlantide e la sua civiltà, sono rimaste cancellate e con esse la storia che avrebbero dovuto testimoniare. Internet, riprocessando tutto il riprocessabile, finirà come una funzione statistica per ridurre tutto ad un rumore di fondo.

Quello che dovrebbe interessarci, ma sembra che non sarà mai così, dovrebbe essere il nostro lavoro, la nostra capacità di pensare, di inventare il futuro… tutto quello che sapevamo fare prima di impigrirci nell'ultimo epifenomeno entropico della tecnologia.

Alle origini della nostra cultura vi era la trasmissione orale ed il passaggio a quella scritta veniva visto dai saggi antichi come un impoverimento, perché i Maestri non potevano trasmettere il proprio insegnamento senza la propria presenza. Questa maestria è tipica di molta formazione di tipo iniziatico, come ad esempio quella caratteristica dell'apprendimento della psicoterapia. I libri possono aiutare a ricordare quello che hai imparato, ma non insegnare. Per questo la scuola delle nostre Nazioni è un vuoto a perdere e con essa tutte le conoscenza che possano essere ridotte ad archivi semantici di parole e meccanismi bulimici consumistici.

Internet, nelle incarnazioni di qualsiasi Web 3.0, non potrà sostituire l'essenza della civiltà umana nelle sue luci ed ombre, ma solo chiudere la parabola della delega di un presidio faticoso: quello della condizione umana.

Personalmente mi domando perché scrivo ancora - su web o su carta, poco importa. Poi mi rispondo che il fine principale è quello di chiarirmi le idee, perché la mia coscienza sia testimone della storia che attraverso. In fondo Leibniz non aveva torto e neppure Maturana e Varela: siamo monadi autopoietiche; abbiamo in comune accoppiamenti strutturali, ma la storia che ci interessa è tutta dentro quel testimone della nostra esistenza che chiamiamo, non senza una certa promiscuità, coscienza.

Ormai quindici anni fa, tondi tondi, il sottoscritto scriveva in una delle parti da lui curate del lavoro corale Sesto Potere il paragrafo che segue. Non lo cito per rivendicare ridicoli riconoscimenti, ma solo per sottolineare come il "nuovo" che verrà sarà già stato vecchio molto tempo prima. La tecnologia è il dito che i geek stolti fissano per evitare di guardare la luna che da sopra sogghigna a guardare il nostro eterno infantilismo.

"Hans Moravec, responsabile del Mobile Robot Laboratory della Carnegie Mellon University, ciò a cui stiamo tendendo è di diventare de-gli Dei morti in qualche Olimpo a favore di una nuova specie robotica? Un po' come nel racconto di Borges, Le rovine circolari, in cui un mago trasformava il sogno di un essere nella sua concretizzazione reale, per poi scoprire che qualcuno aveva fatto un giorno lo stesso con lui? Veniamo dunque alla “fantascienza”. Nel suo libro Il gene egoista, Richard Dawkins concepisce un'umanità composta da ex-scimmie che, arrivate a modifi-carsi per ridurre gli atti e le decisioni ripetitive facendo uso di processi genetici, oggi sono giunte a creare una cultura talmente complessa da rendere obsoleti i tempi dell'evoluzione biologica. Per questo l'uomo oggi ha bisogno di macchine per “digerire tutta questa conoscenza”. Provate a domandarvi cosa accadrebbe se qualcuno da qualche parte nel mondo inventasse una macchina in grado di recepire dalla Rete delle reti tutte le conoscenze disponibili per poi elaborarle. Immaginiamo che si fossero inventati una serie di algoritmi combinatori che coniugassero le informazioni con degli schemi di significato per creare in continuazione nuovi testi, nuove teorie, nuovi racconti. Per scrivere le telenovela si fa già così. Siamo sicuri che sarebbe così impossibile creare una cultura delle macchine che si autoalimenti? Possiamo dirci certi che questa possa non risultare peggiore della cultura media di questo fine secolo? Ci troveremmo di fronte a una tale inflazione della conoscenza che la torre di Babele sarebbe paragonabile a una piccola disputa fra amici. Lo scollamento fra i nostri bisogni e la produzione culturale genererebbe un'esistenza paradossale e alienante. La cultura non verrebbe a essere più un bene, ma solo una forma di inquinamento. Lo scrittore di fantascenza Vernor Vinge sostiene che la curva di crescita delle conoscenze e della tecnologia, a causa di continue moltiplicazioni in tempi sempre più ristretti, arriverà a quello che egli chiama un “punto di singolarità”. Si tratta di quel momento in cui l'uomo non avrà più la capacità di assimilare e utilizzare l'informazione, le conoscenze e i mezzi per produrle e diffonderle finendo pertanto per separarsi dalla propria stessa cultura. Questa situazione, attesa per la prima metà del prossimo secolo, lascerà spazio solo all'imprevisto e all'assolutamente nuovo. A quanto cioè esca dai paradigmi culturali utilizzati finora. Qui si innesta la suggestione di Hans Moravec. Egli arriva a ipotizzare la realizzazione di quello che era il sogno di Nietzsche, il superamento della condizione umana. Le macchine portano avanti quell'evoluzione a cui non avrà più parte l'uomo, perché specie superata o perché grazie a que-sta delega avrà finito con il privilegiare altre mete. Potremo puntare a un ritorno allo stato primigenio, quello che precedette la nostra “missione” evolutiva, attraverso il recupero della dimensione tribale.

“Contrariamente alle convinzioni dei fanatici dell'etica del lavoro, il nostro passato tribale ci ha preparato – spiega Moravec – a una vita da nababbi. La vita dei cacciatori-raccoglitori doveva essere davvero piacevole: un pomeriggio trascorso all'aperto a raccogliere fragole o a pescare – quello che noi uomini civilizzati facciamo il fine settimana – dava di che vivere per parecchi giorni. Molte delle attuali tendenze presenti nei Paesi industrializzati lasciano presagire un futuro in cui gli esseri umani saranno supportati da una ricca economia basata sul lavoro dei robot, come i nostri antenati erano supportati dall'ambiente naturale che li circondava”. (...) Ma è davvero possibile un ritorno alla dimensione tribale nel contesto dell'odierna società dei consumi? I cacciatori-raccoglitori vivevano in gruppi di trenta-quaranta individui all'interno di spazi immensi ed erano scarsamente interessati all'accrescimento della ricchezza materiale al di là del li-vello di sostentamento. Inoltre, contrariamente alla nostra civiltà che ha completamente perso la dimensione del sacro, la loro preoccupazione principale era legata ai valori religiosi e alle attività cerimo-niali e rituali. (da Valerio Saggini, “La mente Immobile”, Virtual, n. 27 gennaio 1996, pag. 78)
Se questo può sembrare uno scenario fantascientifico, secondo l'accreditato futurologo John Naisbitt il processo di tribalizzazione sarebbe già in atto. Nel suo nuovo libro questo neo-tribalismo, contrapposto e complementare all'ideologia universalista di origine illuministica, è funzionale alla volontà di superare la dimensione politica globale per approdare a un'etica dei gruppi. Le tendenze nazionalistiche sempre più diffuse sarebbero quindi da reinterpretare in chiave di appartenenze più vicine, del bisogno di forme di comunicazione più coartate e meno “globali” seppure in presenza di una contemporanea globalizzazione radicale. Per esemplificare, immaginiamo un mondo in cui, non solo ogni stato, ma ogni regione, provincia, città avessero delle frontiere. La frontiera stessa perderebbe tutta la sua attuale importanza e paradossalmente ci troveremmo a vivere in un mondo in cui i singoli riuscirebbero a comunicare, a scegliere ognuno per la propria vita e ad avere un pensiero legittimamente localista, senza più confini seri da legittimare e riaffermare violentemente. Eticamente ci potrebbe essere quindi coesistenza di solidarietà ed egoismo, di interessi universali e cura del privato. Si vivrebbe con meno preoccupazioni della proprietà e con una percezione territoriale più allargata, ridimensionando l'attuale mobilità selvaggia di singoli e di gruppi. In un mondo simile potrebbe aver luogo quel recupero dei valori umani altrimenti impossibile. Il bisogno di tribalità (come si può leggere, nel senso positivo del termine) lo si può ravvisare nel sempre più abitudinario ritorno alla tradizione e alle culture dei vecchi, e ancor più, nel recupero in nuove forme dell'espressione di religiosità. Il richiamo al tribalismo fa tendenza e così, sulle orme del miracolo commerciale di Wired, accade che persino una rivista di costume e tendenze nostrana, Village, si ponga come riferimento per le tribù contemporanee. Tutto sembra indicare che il punto di svolta possa essere dato dal supera-mento dell'identificazione delle funzioni mentali in quelle del calcolo e del problem solving. È convinzione diffusa che delle nostre sole potenzialità cerebrali si stia sfruttando solo una minima parte. Delegare al computer quelle tradizionali potrebbe lasciarci molto più tempo per lavorare a identificare e potenziare le altre. Prima fra tutte proprio quella coscienza vigile che ci fa dire (parafrasando il Cogito cartesiano) che siamo in quanto ne siamo consci.
tratto da: Martignago, Pasteris, Romagnolo, Sesto Potere, Apogeo Editore, Milano, 1997



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Location:Corso Regio Parco,Torino,Italia

15 marzo 2011

Scheletri consumisti radiattivi

Guardateli!

In punto di morte, consumati da ogni forma di inquinamento, veleni chimici, radioattività, impegnati ad alzare il PIL e l'occupazione schiavista del nostro - MA DI CHI???!!! - paese!

Così li vogliono: Consumistici Zombies Radiattivi!

È così che vuoi tuo figlio?

Il loro no: sarà altrove nell'ora della catastrofe!

Quale escalation prevede il modello dei nuclearisti, ma anche dei carbonfossilisti?

Quanto dobbiamo aumentare i consumi per morire ricchi, non noi, certo, ma i nostri modelli di leadership?

Non ci basta mai.

Non ci dobbiamo credere a quello che ci raccontano! Resistiamo nelle convinzioni di eternità fino all'ultimo. I morti non sono morti o se sono morti è perché se lo meritavano, in fondo. "Loro sono gialli e hanno copiato tutto da noi fin dagli anni '60. Ecco perché sono finiti così"

"Noi siamo meglio!"

No, siamo solo degli stronzi, furfanti, presuntuosi, incapaci di fare la centesima parte di quello che hanno fatto loro e, giusta o sbagliata che sia, di avere una pallida idea del loro grado di socialità.

Eppure ci picchiamo di insegnare a tutti come si vive.

Consumatori moribondi che non ravvisano altro traguardo che l'innalzamento della produzione e l'abbassamento del price-cap che vuol dire far fuori tutto svalorizzandolo due volte: la prima esaurendolo come infinito e irrisorio se confrontato alle nostre esigenze di specie e di razza; la seconda riconoscendogli un valore sempre più inferiore, per pagare nulla esigenze più esasperate che esagerate.

Di che cosa stiamo parlando la nostra coscienza più o meno autentica, più o meno falsa, lo sa. Ma ho il disgusto a sentire riecheggiare ancora la loro spregevole voce:
"La paura non fermi il nucleare", "Sarebbe un errore lasciarsi sopraffare dall'ansia e dall'emotività", "L'incidente è dovuto alla tenuta dell'edificio", "C'è sempre qualche sciacallo pronto a speculare sulle disgrazie altrui, cercando di terrorizzare l'opinione pubblica e condizionare le istituzioni".
Un pugno di persone consuma la quasi totalità delle risorse del resto del mondo e la punta di un'unghia di quel pugno assorbe la quasi totalità della ricchezza della mano e quindi del resto del mondo.
  • Crescere è un'altra cosa!
  • Crescere è staccare la spina!
  • Crescere è rinunciare al superfluo!
Esiliamoli a calci nei denti, se ci resta ancora un po' di moralità, un po' di etica, un po' di civiltà, un po' di religiosità.
All'esilio tutti quelli che viaggiano con l'autista: come vorrei vederli sbranarsi a vicenda, cannibali di potere, in qualche paradiso fiscale o sull'Isola Cavallo o Lavezzi.

Questo è quello che la mia pancia vorrebbe, ma lo so, il germe della corruzione e dell'egoismo è anche dentro di me e di tutti noi.
Basterebbe solo curarlo, estirparlo, non soffrire più di questa fame di egoismo per fare sì che i parassiti si dissolvano al sole e al vento!

Altrimenti guardiamoci morire di consumi e dei loro effetti: il morbo dei consumatori sta bussando anche alla nostra porta.

Se anche l'ultima scelta fosse quella di come morire, beh, sarebbe già molto riuscire a farlo con la serenità che deriva dall'essere più autentico, più onesto, più pulito.

Farlo senza vergognarmi troppo della mia vita.

Io al posto loro, proprio non ci riuscirei. Non ci riuscirei mai!