17 gennaio 2011

Perché non possiamo innovare: l'esperienza di Singapore

Chissà se il Trio Lescano Brunetta, Gelmini, Tremonti sarà mai in grado di capire queste cose o se le farà insegnare dal consulente con i maggiori interessi nella partita?
Perché l'Italia non potrà mai innovare? Perché quasi nessuno che diriga sa capire che la differenza fra un iPad e una lavagna elettronica è un po' come quella fra un artista nel proprio lavoro e un forzuto manovale, come si dice in Piemonte, "Grand e gross, ciula e baloss"!
"Mentre altrove i fondi per scuola pubblica e ricerca -preziosa linfa vitale e presupposto di qualunque ripresa economica- vengono falcidiati a colpi di machete, nella ricca Singapore quattro licei si sono uniti in un progetto ambizioso: sostituire l’intero parco libri con un iPad. Spesa totale dell’esperimento, $100.000.
(...) Non molto tempo fa anche lo stato di New York aveva intrapreso un progetto simile dotando di circa 2.000 iPad il proprio sistema scolastico" (via MelaBlog)

Della mia comparsata su "Repubblica"

Oggi gli amici mi hanno comunicato che il mio nome compariva sul giornale la Repubblica (sia su carta che on line) a riguardo di un'articolo sulla "Dieta Tecnologica". L'amica giornalista Vera Schiavazzi ieri aveva chiesto per e-mail il mio punto di vista su un tema presentato in un pezzo del Wall Street Journal a proposito della dieta di tecnologia per l'eccessiva dipendenza che dovrebbe affliggere tutti noi.

Sono andato a comprare il giornale e ho letto il pezzo. Ovviamente i giornalisti devono fare operazioni di sintesi spesso difficili ma inevitabili in seguito alle quali le frasi, avulse dal contesto o contratte in maniera poco naturale finiscono per assumere sensi e intenzioni sfumate o differenti da quelle dell'intervistato.
Il vantaggio di un'intervista epistolare è quello che si possono riportare testualmente le parole usate, non per contraddire il giornalista, ma per spiegarsi meglio con gli amici. Questo è dunque quello che miro a realizzare con la clonazione del messaggio originale da me inviato a Vera, che forse può anche costituire un piccolo valore aggiunto al dibattito. Eccolo:



"Lo scenario è molto lontano da quello della famiglia media italiana e direi anche da quella media statunitense se escludiamo la middle class metropolitana.


Le statistiche di Nielsen sono drogate dai loro obiettivi, ancor prima che dalle fonti che utilizzano che non sono certo quelle del paese reale per buona parte più vicino ai film di Eastwood (per stare nella media alta). In Italia le cose sono ancora diverse.
Sotto il profilo professionale posso indossare due vesti che corrispondono a due attività che guardano alla questione da altrettanti osservatori per così dire complementari: l'esperto di gestione e condivisione delle conoscenze nelle organizzazioni o quella di psicoterapeuta che si occupa di dipendenze di varia guisa.
Come esperto di knowledge sharing e quindi di accesso tecnologico all'apprendimento e alla comunicazione organizzativa, ti dico che l'obiettivo auspicabile sarebbe quello di una certa naturalezza e "astuzia" nell'uso delle nuove tecnologie, ma non è quasi mai così. Abbiamo assistito ad un cambiamento affatto graduale dove la gente con il termine "informatica" identifica più le piattaforme che il loro utilizzo. Ieri non sapevano e rifiutavano di usarle, oggi sono come cani di Pavlov o piccioni skinneriani che adottano comportamenti routinari acritici indotti da gestori tecnologici demotivati ad integrare gli strumenti avvicinandoli ai comportamenti umani. Detto in parole povere, impiegati e manager sono i veri terminali delle macchine e non il contrario e l'autorità nelle organizzazioni ha uno stile replicante che finisce per produrre aziende ripetitive e quindi prive di competitività.


Per fare un esempio, il successo di Apple non dipende tanto dall'intelligenza di Jobs, ma dalla stupidità dei suoi concorrenti, incapaci di un pensiero che non esca dallo stampino. Decenni di successi del modello-stampino hanno reso inabili ai modelli di produzione tradizionali. Quelli del nonno.


Da qui il primo corollario: il miglior modo per rendere intelligenti i dipendenti è spegnere i computer e fargli imbracciare la zappa e mandarli a coltivare l'orto aziendale (a qualunque oggetto possa applicarsi la metafora), per poi farli tornare cum grano salis alle macchine. Ad esempio, oggi l'operaio informaticamente ignorante è mediamente più sano e quindi anche più intelligente (chi non ha la salute come riferimento non ritengo possa essere intelligente nel significato che do personalmente al termine) dell'impiegato e molto più del manager entry e middle level.
Le nuove tecnologie portano ad un pensiero arco-riflesso. Il paradosso è che viene spacciato per critico. Raramente partono da un processo costruttivo, un progetto, come avrebbero voluto i padri del personal computer, da Wiener a Engelbart.


La colpa di questo però non sta nelle tecnologie, ma nelle volontà. Le alternative alle piattaforme aziendali di clonazione, come gli ERP (uno per tutti SAP) che portano le scienze organizzative indietro di 40 anni dagli sviluppi degli anni '80-'90 non erano le uniche strade possibili a disposizione per introdurre le tecnologie digitali in azienda. In genere c'erano due vie: quella della classificazione in modelli rigidi con alti costi tecnologici sostenuti dai tagli dei cervelli organici, e quella del ricorso all'informatica per l'empowerment delle persone che grazie a queste possono dare di più (dato e non scontato che poi abbiano qualche obiettivo reale in testa). Il grave è che la pedagogia delle schede di matrice anglosassone adottata nelle scuole elementari è il peggiore e assolutamente pervasivo imprinting ad un ragionamento e ad un apprendimento basato sul riflesso condizionato acritico. Il design delle tecnologie è la logica conseguenza di una strumentalizzazione (da strumento, utensile, cosa…) della persona.
Oggi possiamo dire che "più mezzi abbiamo e meno motivazioni abbiamo per usarli".
Cambiando càmice, ora parlo da psicoterapeuta.


È vero, esiste un fenomeno di dipendenza dalle tecnologie, ma - attenzione - non dal computer e, se togliamo l'utilizzo telefonico, neppure dallo smartphone.


È una dipendenza da videogioco on line, da Facebook, da Messenger, da SMS… Per molti consumatori, Internet È Google: neppure si inserisce l'indirizzo sull'apposito campo quando questo sia ovvio. Se chiedessi ad un ragazzo di cercare il sito di Google non mi stupirei che nella barra di ricerca Google (che per lui è Internet) scrivesse la parola "Google" per "andare su Google". La tecnologia è trasparente: STO su Facebook, cosa c'entra accedere il PC? STO su Messenger! Non sono al telefono, sento la Samantha. Non ho acceso la TV, non mi perdo l'ultima puntata di Sex and the City.


Gli smartphone fanno poi la differenza perché ci sei sempre, TV compresa. La maggiore motivazione per comprarli non è certo quella di usare Wikipedia, quanto quella di essere ALLWAYS ON.
Dunque le simpatiche scenette descritte nell'articolo di WSJ non sono forme di dipendenza da tecnologie, ma Dipendenza da mangiatoie della vita borghese di città, con tutte le loro patologie, di solitudine, di desiderio, di anonimato…
Si aprono a questo punto due vie: la disintossicazione e la scelta.


La prima oggi non sarebbe che uno spostamento della dipendenza da un lato all'altro degli strumenti di condizionamento. Il giorno della dieta dovrebbe comprendere tenere spenti televisioni e radio, staccare telefoni, chiudere i centri commerciali e così via. Praticabile per chi vive in un rifugio alpino sepolto dalla neve, e non certo per un abitante di New York, ma neppure di Bene Vagienna.
L'altra via è quella di usare le tecnologie come quello che chiamo "il fumatore sano". Qualsiasi sostanza consumiamo è potenzialmente dannosa. Il fumo è una di queste. Esistono però due tipi di fumatori: ci sono quelli che "si fanno fumare dalla sigaretta" e che nei casi estremi - peraltro non rari - hanno due o tre sigarette accese nello stesso momento (una in mano, una nel portacenere, e l'altra in bocca) e quindi non sanno neppure di stare fumando; ci sono poi quelli che scelgono di fumare "proprio quella sigaretta lì" che potrebbero addirittura battezzare Casimira tanto l'hanno individuata, come faceva John Belushi in "Chiamami Aquila" con l'ultima del pacchetto in alta montagna. Quando usi il computer per fare proprio e solo "quell'azione lì", allora puoi non considerarti "dipendente" da tecnologie.
La technology addiction non è che una forma di patologia da dipendenza come un'altra in una società che ha fatto della dipendenza il proprio stile di vita e di economia al punto da identificarlo con il concetto stesso di benessere ("dobbiamo tornare a comprare per esorcizzare la crisi" e poi dobbiamo vivere 3 vite per mantenere tutte le "cose" di cui ci siamo riempiti le case e le esistenze). Curioso che gli esperti tendano a distinguere fra quella che è dipendenza-dipendenza e le dipendenze in genere, al di là delle loro conseguenze in genere sempre devastanti.


La richiesta di terapie per la dipendenza da tecnologie incomincia ad arrivare allo studio dello psicoterapeuta. Ci sono terapeuti sornioni che se ne rendono esperti, altri meno di successo che cercano di fare emergere come quasi sempre dietro a questa richiesta, che il più delle volte ha come paziente designato il figlio, ci sia un modello di vita che fa acqua da tutte le parti e che si cerca di esorcizzare con la diagnosi di un'Internet Addiction come un'altra.
Esiste una terza strada, quella che ritengo la più intelligente, la più praticabile e con maggiori spunti di crescita, ma è anche quella che richiede una maggiore autonomia e intelligenza (le famose funzioni atrofizzate del contemporaneo urbano). È l'Ironia. Quella di Socrate, certo, ma anche quella di Dilbert, quella del manager che si prende in giro con il suo BlackBerry divenuto l'elettrodo con cui l'azienda gli dà le scosse anche ad ora di cena ma che quando lo capisce lo spegne o lo regala al figlio con l'intento esplicitato di fargli un dispetto, ben consapevole che questi presto lo farà finire nella prima pozzanghera per sbaglio o se lo farà fregare sul pullman. Solo l'ironia ci consente di staccare veramente e di dedicarci all'aglio, olio e peperoncino, perché se queste cose fantasmatiche le prendiamo troppo sul serio, finiamo nostro malgrado per trasformarle in quello che non sono: delle realtà".

09 gennaio 2011

La mappa dei mondi alla fine - commento a The Mass Animal Deaths

A ben guardare la mappa di Google sulle stragi spontanee di massa degli animali verificatesi nell'arco di una settimana scarsa, la cui ipotesi più interessante potrebbe essere la perdita di orientamento cognitivo di specie o di gruppo generato da un repentino e notevole disallineamento dell'asse terrestre, qualcuno potrebbe dire che sono successe solo dove ci siamo noi a inquinare.

Probabilmente nel resto dei posti non evidenziati da Google Maps, non se n'è accorto nessuno: perché non ci sono umani per accorgersene, perché non ci sono media attenti alla cosa o, più semplicemente, perché tanto da quelle parti sono già gli uomini a morire a miriadi, per siccità e proiettili che figurati se gliene frega di pesci e uccelli!

Gli spaventi per la fine del mondo valgono solo laddove c'è un mondo a rischio di perdita, non dove il mondo per i più rischia di finire ogni giorno da sempre.

http://maps.google.com/maps/ms?ie=UTF8&hl=en&oe=UTF8&msa=0&msid=201817256339889828327.0004991bca25af104a22b

29 dicembre 2010

Investimenti per l'anno nuovo

Osservando il turpemente triste debordare della catena di negozi "Compro Oro", mi rododendronavo per essere stato troppo pusillanime e condizionabile quando tre anni fa volevo convertire i miei pochi ma volatili risparmi nel metallo del diavolo, essendo sicuro dei tempi che sarebbero arrivati. Mai fidarsi dei consigli degli impiegati delle banche e di familiari e amici col pallino degli investimenti!

La cosa che conta di più nei fatti di soldi è quella di mai piangere sul latte versato (seguita a ruota da quella di non versare il latte, se possibile).

Il fatto è che, oggi come oggi, non c'è nulla su cui investire che non si trasformi in un modo per mettere a rischio i pochi averi già del loro orientati a trasformarsi rapidamente in carta straccia per fare ancora più ricchi i soliti speculatori, gli sciacalli della finanza e della politica e i loro amici cogenere amministratori delle grandi imprese, oltre all'immenso popolo dei funzionari leccapiedi e all'orda oceanica dei platelminteschi dirigenti pubblici, tutti accaniti sulla carogna di un paese immemore del tempo dei Manzi e dei Mattei.

Ci ho pensato a lungo e sono arrivato ad una conclusione che mi sembrava semplicistica, ma che più ci penso più mi convince e per questo la consiglio a tutti voi e vorrei anche consigliarla agli - in fondo non così pochi - italiani onesti che hanno qualche facoltà di influenzare gli indirizzi delle persone e delle scelte più generali.

Ci sono tre generi su cui ognuno di noi e tutti quanti insieme possiamo investire per sviluppare ricchezza individuale, ma soprattutto familiare e, in questo senso, transgenerazionale. Si tratta di:
  1. Investire in Tempo Libero
  2. Investire in Salute e Benessere
  3. Investire in Civiltà globale
Ho detto delle banalità? Capita spesso alle questioni più difficili da comprendere, per quanto risapute e ripetute, di essere prese per banali. Le implicazioni di questi consigli sono molteplici e varrebbe la pena per ognuno di noi di tenerle sullo sfondo per scoprirle meglio giorno per giorno, ma vorrei brevemente commentarne alcune a mo' d'esempio.

Per quanto riguarda il Tempo Libero, si tratta del bene primario che acquistiamo con i nostri sforzi, perché alla fine guadagnare per mangiare e mangiare per sopravvivere senza poi beneficiare in alcun modo del proprio tempo di vita che non sia quello di procurarsi da mangiare non ha alcun senso. A questo si aggiunga che un periodo recessivo come questo ha bisogno di pensieri e attività nuove e che quelle prodotte dalle attività tradizionali giunte ormai alla frutta (qualcun altro direbbe "alla canna del gas") sono ampiamente da ridimensionare. Il vero problema è che spesso sembra che non sappiamo come usarlo poi quel tempo libero (il cui valore economico oggi è altissimo): ci vuole un certo impegno per qualificarlo al massimo e questa è una sfida, ma se superiamo il condizionamento da "product life cycle"-dipendenza scopriamo che eravamo dei muli che giravano attorno al palo, anche dopo che la corda si era spezzata e che si tratta solo di togliersi i paraocchi perché il resto venga da sé.

Quanto al Benessere, sembra di dire una cosa scontata ("la salute prima di tutto"), ma non è così. In cambio di un costosissimo parcheggio in qualche resort salutistico che fa molto jet set, ci roviniamo il resto del tempo in una vita automobilistica, inquinata, a colpi di panini sanguinolenti, grassi e pesanti, senza rispetto della sicurezza e dell'igiene del lavoro e domestica. Oggi, ogni tanto riesco a farmi fare un massaggio, ma devo ancora organizzarmi per fare del movimento, per giocare, per rilassarmi e per conoscermi meglio prima che sia troppo tardi.

Infine, nulla ha senso se non viviamo in un contesto civile. In un paese di ladri come quello che cantava Venditti, sembra impossibile che ci siano finalità migliori di quella di arricchirsi ai danni dei vicini e perfino di amici e familiari. Eppure i paesi migliori che per me sono quelli di matrice protestante e calvinista come l'area scandinava e i Paesi Bassi, oltre alla vicina Svizzera che, con tutti i difetti e i limiti che ognuno di noi ha, sanno da sempre che il valore di una convivenza efficace è il capitale più lungo da accantonare e far rendere, ma che costituisce le fondamenta di tutto quello che gli costruisci sopra, e quanto più profonde sono tanto più serenamente e quindi solidamente si vive tutti. Se costruisci in zona sismica e senza fondamenta o se queste le fai superficiali e magari affondano nella sabbia, sopra ci puoi costruire l'abitazione egoisticamente e vanitosamente più sontuosa che vuoi che la tua casa non varrà niente, anche se chi ci passa davanti ti invidierà prendendo in giro l'altro che vive in un edificio modesto ma solido. Chi ci abita, la venderà presto al gonzo che si farà i debiti per una vita per scoprire che dopo qualche anno i debiti sono tutto quello che gli resterà, perché il resto si sarà sbriciolato, mentre andrà a bussare alla porta di quello deriso prima, accompagnato da un politico e un avvocato per esigere ospitalità seguendo la legge caricaturale di un noto ministro condensata in "Le tasse sono bellissime".

Eppure, se anche ti verrebbe voglia di fare strage dei parvenu goderecci ed egositi del craxismo e dell'edonismo reganiano, siamo costretti a trovare un compromesso per non affondare tutti insieme. Tutto va bene, ma a un patto soltanto: che i sacrifici di oggi - quelli almeno - vadano a capitale civile e non bisnèss' alla partenopamericana. Torniamo ad investire in Civiltà, come fecero i nostri genitori e i nostri avi che quando facevano sacrifici per la famiglia non si sentivano scemi o poveracci, ma piuttosto nel loro piccolo dei modesti supereroi di una vita dura ma dignitosa e non certo indegna come la maggior parte dei miti di massa di oggi!

Ecco l'augurio per il 2011. Investiamo in queste risorse (e in quelle collegate, come il risparmio energetico, la riduzione di sprechi e soprattutto di rifiuti, e le cose che sappiamo tutti) e, quandunque il mondo dovesse finire nel dicembre del 2012, scompariremo un po' meno poveri di quanto siamo oggi.

22 dicembre 2010

Batti il nemico rendendolo consumabile

Viviamo in un mondo dove siamo consumati a tutto, ma poi ci entusiasmiamo e ci indignamo a bacchetta e non senza una certa noia.

La notizia è che, nel giro di un giorno o due, l'applicazione Wikileaks per iOS (il sistema di iPhone, iPad e iPod Touch) ha visto l'alba e il tramonto senza godere del meriggio. Si trattava di un programmino fatto da terze parti che si faceva vendere a poco più di un euro e mezzo per pubblicare un giornalino da telefono con le notizie distribuite in lingua madre dal sito corsaro. Da Cupertino non si sono fatti aspettare e i portavoce di Apple hanno rimosso l'applicazione con la motivazione che "Un’applicazione deve rispettare tutte le leggi locali. Non può mettere un individuo o un gruppo di persone a rischi".

Quello che mi sembrava interessante non è questa notizia - peraltro ampiamente scontata - quanto il fatto che dallo scandalo si sia passati al business. Si tratta Wikileaks come un giornale di gossip. Siamo oche all'ingrasso del meccanismo del pettegolezzo e ci dichiariamo annoiati, abituati come siamo a sentirci dire di tutto e tutto e il contrario di tutto che non ci stupiamo né ci indignamo di quello che è evidente, ma ci eccitiamo e ci scandalizziamo per degli stimoli in attesa di qualcosa di eccezionale che avviene solo nei telefilm americani (che per soddisfare questo bisogno superano se stessi nella sfida all'inverosimiglianza).

Alla fine anche Wikileaks è stato mangiato e digerito dalla macchina consumistica: perché mai dovrebbero far fuori Assange quando hanno già utilizzato le loro rivelazioni per abituare tutti ad accettare come poco appetibile, divertente, eccezionale persino le più terribili e dimostrate? Perché combatterlo, quando per annientarlo basta poterlo vendere come un videogioco?

Il mondo si cambia per contagio, dal qui e ora, da tu ed io: questo sì che è un vero film horror!