Appunti di uno psicologo delle organizzazioni e psicoterapeuta tra la riconquista della fiducia e la difesa dell'etica.
06 luglio 2007
Dallo sradicamento al suicidio sociale
Quello che, dopo gli esordi di Comte e Saint-Simon, può essere considerato il padre della moderna sociologia, Émile Durkheim, approfondendo le caratteristiche della società moderna e riferendosi soprattutto alla divisione del lavoro e al suicidio ha introdotto un concetto che, pur essendo stato reinterpretato dai principali sociologi e filosofi successivi, non è così noto e diffuso come altri e che pure potrebbe spiegare molto di quanto sta avvenendo nel mondo occidentale nei nostri giorni.
Letteralmente il termine anomia si potrebbe tradurre come assenza, annullamento delle regole condivise e originariamente fu inteso come una situazione presente nella società organica, intesa cioè come un soggetto unico integrato, l'organismo di cui i singoli e le istituzioni non sono che parti, basata sull'organizzazione di compiti suddivisi fra i suoi appartenenti quando il legante che consente alle sue parti di identificarsi viene messo in crisi. Diversamente dal suicidio che si origina da istanze personali, definito come patologico da Durkheim, il suicidio di origine sociale assomiglia a quello dei lemmings, quegli animaletti che vanno in corteo a buttarsi dalle rupi uccidendosi. Qualcosa del genere si è visto con il crollo di Wall Street e la conseguente depressione statunitense dei primi del novecento. Questo suicidio sociale può avvenire in conseguenza ad un eccesso nell'excalation delle aspirazioni che non trovano un adeguato soddisfacimento nelle risorse sociali, e in questo caso viene definito anomico, oppure fatalista quando manca una visione del futuro e l'avvenire appare completamente chiuso, con passioni violentemente compresse.
Questa sociologia si basava sui capisaldi del positivismo comtiano e dell'economicismo del primo ottocento, ma bisogna dire che proprio le analisi di Durkheim hanno favorito il cambiamento delle discipline sociologiche andando a influenzare gli esordi dell'Antropologia Culturale. E proprio a partire dalla nozione di cultura umana e sociale che l'anomia può assumere un senso più completo.
Il termine "Cultura" qui assume un significato più ampio e l'economia diventa una componente di un insieme che comprende essenzialmente il modo di fare le cose e interpretare il significato della persona all'interno della propria appartenenza sociale stratificata nel corso del tempo e nelle transizioni storiche della popolazione e della società. Potremmo genericamente parlare dei valori condivisi e interiorizzati nel modo di vivere.
Il concetto di cultura verrà poi studiato anche dalla scienza delle organizzazioni e delle imprese dove la definizione forse più interessante è quella che viene data da Edgar Schein come "l'insieme di assunti di base - inventati, scoperti o sviluppati da un gruppo determinato quando impara ad affrontare i propri problemi di adattamento con il mondo esterno e di integrazione al suo interno – che si è rivelato così funzionale da essere considerato valido e, quindi, da essere indicato a quanti entrano nell’organizzazione come il modo corretto di percepire, pensare e sentire in relazione a quei problemi".
Potremmo quindi affermare che l'anomia è lo scarto che si verifica quando l 'eccesso di sviluppo e/o l'incapacità di rappresentazione del futuro individuale nel seno della propria appartenenza culturale rendono priva di significato e di valore l'esperienza del vivere.
A fronte di una situazione simile, fra le reazioni più ricorrenti vi sono la fuga (emigrazione, espatrio…), la malattia epidemiologica e il suicidio.
Lo sradicamento del nuovo millennio
A una considerazione simile giungeva tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 il visionario padre dell'Antroposofia - che fra l'altro spicca come una delle più riuscite teorie macro-economiche - Rudolf Steiner, quando asseriva che lo spirito del tempo si era andato a fissare nel nuovo continente dove avrebbe portato ai massimi livelli il sapere tecnologico e le sue realizzazioni. Tuttavia, proseguiva, questo miglioramento delle condizioni di vita sarebbe andato a detrimento della cultura sociale e le prime conseguenze di impoverimento o addirittura della perdita della cultura occidentale si sarebbero viste nella seconda metà del secolo con un indebolimento strutturale personale e collettivo e il proliferare fuori controllo di nuove patologie.
A questo fenomeno sarebbe coincisa l'avanzata di un governo "arimanico-mefistofelico" del mondo caratterizzato dall'espropriazione del libero arbitrio individuale e quindi della responsbilità soggettiva della vita che si realizzava, non attraverso delle dittature, ma con un'automazione delle decisioni tramite strumenti di calcolo svuotati dei valori.
Che cosa osserviamo nei paesi occidentali in questo inizio di millennio se non la crescita di fenomeni di anomia? Già Merton e i suoi seguaci ne hanno identificato l'insorgere nella modernizzazione della Cina degli anni '90, la convivenza civile nel Sud Africa del dopo apartheid, la situazione dell'Argentina e di altri Paesi dell'America Latina e i processi indotti in Europa occidentale dalla globalizzazione e dell'immigrazione dai Paesi extraeuropei, la transizione alla democrazia nei Paesi dell'Est europeo (si pensi all'osservazione che fa uno dei protagonisti del film "Le vite degli altri" quando scopre che nella Germania dell'Est della Stasi si sono cominciate a nascondere le statistiche dei suicidi).
Per arrivare più vicini a noi non è difficile riscontrare una forte anomia nella perdita dei punti di riferimento culturali che in Italia, come e ancor più di molti altri paesi, si sta verificando. L'insoddisfazione di una crescita delle condizioni di vita a fronte di una difficile individuazione di obiettivi realistici generali porta, da un lato, ad un'excalation insostenibile della ricchezza e del successo del tutto incommensurata alle possibilità di fruizione ragionevoli per una persona, un eccesso di successo e di desiderio di potere che non può essere per tutti e che diventa superiore alla possibilità di beneficiarne, traducendosi nell'effetto opposto. Questo genera in tutti gli strati sociali un desiderio drogato di apparire e di arricchirsi che fa dimenticare i valori e i comportamenti naturali per il proprio genere e la propria cultura.
D'altro lato, abbiamo una gioventù troppo spesso indifferente alla costruzione del quotidiano perché concentrata su modelli e obiettivi troppo spinti e comunque insoddisfacenti (calciatori e veline, ecc.). Scorgiamo questa difficoltà anche all'interno delle imprese, dove sono scomparsi i livelli intermedi e con essi l'ambizione a crescere per una carriera ragionevole. Al contrario, la crescita economica e di potere è ad appannaggio di un gruppo sempre più ristretto di top manager che diventano autoreferenziali, lontani dai bisogni economici ed imprenditoriali.
A fronte del miraggio per pochi di uno sviluppo abnorme abbiamo una fascia di popolazione sempre più estesa e purtroppo in una crescita vertiginosa che è appena iniziata per la quale la povertà e l'incapacità di sbarcare il lunario non è che il dato più evidente. Il pericolo principale per questi nuovi poveri e per la massa ancora più gigantesca dei nuovi impotenti è l'impossibilità di desiderare qualcosa di ragionevolmente raggiungibile a cui tendere, l'incapacità di rappresentarsi un futuro in una cultura a cui sentono di non appartenere più e che percepiscono essere indifferente al loro domani e alla loro esistenza.
In questa popolazione di nuovi impotenti anomici non vi sono solo disoccupati e sotto-pagati, ma anche ceti medi, professionisti e benestanti intermedi che perdono il desiderio di investire, di scommettere, di aspirare, di inventare, di intraprendere, per questa perdita di appartenenza, per l'assenza di desiderio, per la difficoltà di immaginare un futuro che comprenda loro e i loro figli in una società e in una cultura da cui si sentono alienati, impossibilitati ad influenzarla e a trasformarla in qualcosa che appartenga anche a loro. E le conseguenze di questa impotenza dei gruppi di influenza e di conoscenza è quello che porterà ad un irreparabile ed irreversibile rapido declino l'intero paese.
Ora non rimarrebbe che prendere uno a uno i nuovi fenomeni sociali ed economici (dal disinvestimento agli studi superiori al desiderio dei soldi facili, dai consumi eccessivi e distribuiti di eccitanti, primo fra tutti la cocaina, alla distribuzione quasi epidemiologica di anti-depressivi, dalla crisi delle istituzioni e della famiglia alla pedofilia - come excalation del desiderio libidico - dalla speculazione sui giovani lavoratori all'incapacità di generare ricerca, e così via) e domandarsi se possono appartenere alla categoria delle conseguenze o delle cause dell'anomia epocale del mondo occidentale, oppure se possono costituire una risorsa per superarla e per dare una svolta vivibile verso una cultura condivisibile cui si possa accettare di appartenere e di contribuire.
11 aprile 2007
Telelavoratori
Quello che predominava era il sentimento entusiastico di un gruppo che ha vissuto una sperimentazione promossa dalla Comunità Europea come un'occasione per vivere il lavoro in un'altra chiave.
Alla dimensione di socializzazione dell'ufficio si è sostituita quella di un gruppo virtuale, quello dei telelavoratori, percepiti fra di loro con spirito di corpo e comunione d'intenti.
Facevano da contraltare le predicate condivisioni dei responsabili aziendali, in gran parte assenti e comunque presto o tardi allontanatisi dall'evento. Un telelavoro sostenuto meno dalla Direzione e più dalla volontà del gruppo stesso.
Che cos'è che fa del lavoratore a distanza un telelavoratore?
Anche i lavoratori domestici degli anni '60 potevano essere considerati telelavoratori, se questo dipendeva dalla presenza in una sede aziendale. Mia madre montava penne o cuciva per ditte che neppure conosceva. Era anche lei una telelavoratrice?
Oppure è l'uso delle tecnologie che simulano la presenza in ufficio, il desktop del proprio computer remoto e i database aziendali a fare di questo lavoro domestico un telelavoro?
Per altri è invece la dimensione contrattualistica d'impresa e quindi sociale a costituire lo statuto di telelavoratore.
Azzardo che sia piuttosto la consapevolezza di questa gruppalità che unisce, anche se in differita, coloro che condividono la stessa esperienza a fare di loro dei telelavoratori.
Quando la sperimentazione finisce e il telelavoro continua, che fine fa questo gruppo? Esisterà ancora perché sostenuto dalla Direzione? Oppure sarà tanto forte il potere di influenza del gruppo da farlo resistere agli adattamenti dei tempi? Oppure il singolo finirà gettato nella sua solitudine a rimpiangere il lavoro d'ufficio? Staremo a vedere.
Tutto dipende da come la Direzione fa proprio il progetto di telelavoro, un modello che spaventa i responsabili, che sulla presenza dei lavoratori fondano la loro necessità di esistere, ancor prima dei dipendenti.
Una Direzione del Personale di stampo amministrativo, come le amministrazioni del personale della metà del secolo scorso, si ferma a governare le modalità di controllo e di monitoraggio e porta l'enfasi sulla contrattualistica, ovverosia sui "legami forti" di un modello aziendale fortemente strutturato, decisamente anacronistico rispetto alle destrutturazioni aziendali che più o meno tutte le imprese medio-grandi stanno vivendo.
Il telelavoro appartiene ad una rappresentazione d'impresa fondata sui "legami deboli" (Carl Weick), dove il governo strategico predomina su quello amministrativo e dove la Direzione Personale vecchia maniera non ha più ragione di esistere, se non come staff della Direzione Strategica.
In un modello di questo genere le rappresentazioni si fanno più concettuali (veicolate da processi) che strutturali (sostenute dall'appartenenza) e tutti diventano telelavoratori, anche quelli che stanno in ufficio.
Inutile sottolineare il peso che in termini di uso di risorse, di impegno di tempo e di stress, nonché di inquinamento avrebbe l'orientamento al telelavoro. Ma qui la questione è ancora più fondamentale: quali sono le necessità di funzionamento dell'impresa di questo inizio di millennio?
Il luogo di lavoro in uno scenario improntato da legami deboli è un concetto del tutto sfumato. Per i liberi professionisti e le società di servizi sta prendendo piede l'offerta di locali in affitto ad orario, dove si rende disponibile una scrivania ed una sala di riunioni ad ore pianificate. Anche nelle imprese il luogo di lavoro ha senso solo nei momenti di incontro, come riunioni o appuntamenti aziendali, mentre molti altri appuntamenti potrebbero aver luogo in sedi del tutto promiscue, come è consuetudine fra liberi professionisti. Il resto delle attività possono essere svolte non solo a casa, ma in qualsivoglia luogo dove siano disponibili le risorse necessarie per svolgere i propri compiti.
Così potremmo immaginare due tipi di telelvoratori, corrispondenti ad altrettanti modelli di professionalità:
- dei professionisti uniti da degli obiettivi di squadra per i quali è la dimensione di gruppo distale e tutte le infrastrutture logistiche e di socializzazione a caratterizzare un tale setting di lavoro (spesso gruppi impegatizi);
- dei professionisti caratterizzati da obiettivi individuali, siano essi professional, manager o anche executive, che rispondono in prima persona del proprio operato e che si qualificano sempre più come professionisti nomadi, più che come telelavoratori di gruppo, la cui condizione "apolide" diventa elemento costituzionale e strategico anche sotto il profilo aziendale.
Un lavoro che cambia ha senso in imprese che sanno modificare la propria rappresentazione e fra persone che riescono a trovare fondamento della propria professionalità in se stessi e non solo nell'appartenenza e nel riconoscimento del diretto responsabile. Un modello di persona diverso che già la geografia del lavoro sempre più sfumata e flessibile sta imponendo come un dato di fatto a partire dall'agito, senza attendere che qualcuno ne sancisca la realtà nominale.
10 aprile 2007
Knowledge Workers interni a progetto
Questa previsione si è puntualmente verificata anche se in maniera scomposta.
Così oggi ci ritroviamo con grandi imprese che si servono di contact center condivisi il cui personale nel giro di pochi giorni dovrebbe sapere tutto dell'offerta e dell'assistenza di ogni singolo marchio con conseguenze disastrose soprattutto per i clienti che finiscono per ritirarsi, non solo dalla società, ma spesso dall'intero comparto: il costo di seguire l'offerta della concorrenza o l'innovazione tecnologica è talmente alto in termini di tempo e frustrazione nei rapporti con l'azienda che si preferisce accontentarsi di ciò di cui già si dispone, addirittura regredendo a delle funzioni basilari. Meglio un telefonino fai da te oggi che un videofonino-broadband con call center, incomprensioni, fregature e frustrazioni domani.
I pochi dipendenti con un minimo di anzianità tuttora presenti nelle imprese sono vere miniere per il consumatore, allorquando abbia la fortuna di raggiungerne uno: nonostante siano spesso frustrati e demotivati, riescono in pochi secondi a risolvere problemi che durerebbero giorni e sequele di risposte scorrette seguendo le procedure normali.
L'altra incongruenza di questa situazione e che per arrivare alla grande impresa senza dipendenti si dovrebbero saponificare le risorse tuttora in carico e questo, forse per quelli che qualcuno considera "retaggi ideologici", non è ancora possibile. Tuttavia, mentre il personale generico è più facile da gestire in qualche maniera, almeno pro tempore, e le linee gestionali intermedie sono dislocabili in diversi modi, la fascia che porta con sé le maggiori contraddizioni sono gli esperti, i cosiddetti professional. Quanto più si fanno portatori di conoscenze pregiate tanto più sono scomodi. Hanno dei costi non indifferenti, ma soprattutto portano in luce i panni sporchi del modello. Si preferisce piuttosto pagare a volte a caro prezzo competenze esterne che sono a loro volta sotto-pagate con personale precario, spesso alle prime armi, grazie alle pratiche d'uso delle leggi sul lavoro da Treu in poi. Nel contempo si fanno "andare a male" portatori di esperienze utili e a volte uniche. Certo, l'ideale sarebbe fare confluire questi professional in società di consulenza come quelle auspicate da Normann, ma le cose - almeno in Italia - non stanno così: le imprese del nostro paese non hanno sensibilità per gli investimenti in intelligenza o servizi e fra burro, cannoni e conoscenza, all'ultima sono pronti a rinunciare immediatamente a dispetto delle dichiarazioni rilasciate al solo scopo di non incorrere in penalizzazioni dovute al bilancio di sostenibilità, ultimo segreto di Pulcinella societario. Nessuna società di consulenza assumerebbe esperti senior di appartenenza aziendale a tempo indeterminato, quando può vendere giovani su cui speculare per due soldi.
Questo vuol dire che queste grandi imprese dovrebbero mettere a fattor comune i propri professional che nessun distretto vuole avere nel proprio budget. Invece di rimpallarseli reciprocamente o di creare delle società specializzate ad hoc per competere contro i grandi speculatori del settore, dovrebbero creare dei grandi repositori corporate, un recettacolo indifferenziato di tutto il patrimonio di professionisti aziendali.
Oggi i knowledge workers sono sempre meno specializzati e fanno riferimento a sempre nuove interdisciplinarietà. Inoltre la qualità peculiare del lavoratore della conoscenza è quella di unire alle competenze disciplinari la conoscenza connessa all'esperienza e all'appartenenza aziendale.
Per questa ragione le imprese, marcatamente quelle di grandi dimensioni che stanno snellendo le proprie strutture quando non stanno addirittura destrutturando completamente grandi aree farebbero bene a pensare a una nuova figura, quella del lavoratore a progetto interno (un "Insider CoCoCo") da destinare di volta in volta all'area, alle divisioni, alle società controllate, collegate e così via al momento del bisogno.
Un bacino di competenze generale con un ampio spettro di utilizzo da sostituire o anche solo da affiancare ai gruppi in outsourcing. In questo modo si conserverebbe una preziosa competenza interna, ottimizzando i costi e riducendo gli sprechi.
Chissà mai però se imprese divenute oramai sempre più ostaggi delle multinazionali della consulenza e dei programmi gestionali si interesseranno mai di determinare qualcosa di sempre meno speculativo come la propria organizzazione interna?
15 gennaio 2007
Meglio facilitare che determinare
"E’ solo negli anni recenti che io sono diventato capace di stare ad aspettare senza impazienza...
Mi sgomenta pensare alla quantità di cambiamento profondo che io ho impedito o ritardato, in pazienti che appartengono ad una certa categoria di classificazione, a causa del mio personale bisogno di interpretare.
Se soltanto sappiamo aspettare, il paziente arriva a capire in maniera creativa e con gioia immensa, ed ora io godo di questa gioia più di quanto fossi solito godere della sensazione di essere intelligente.
Io penso che interpreto soprattutto per far conoscere al paziente i limiti della mia comprensione. Il principio è che è il paziente, e solo il paziente, a possedere le risposte"
D. W. Winnicott dal libro "Gioco e realtà"
A volte è l'età a renderci limpidi gli occhi, a consentirci di osservare pacificati e senza fretta, mettendo le briglia alle nostre presuntuose aspettative. Il cliente la risposta ce l'ha spesso in sé. Ed è più precisa ed adeguata di quanto possano restituirgliela i nostri schemi di significato più o meno scientifici. A volte bisognerebbe imparare dai santoni new age, invece che dai neuroscienziati. Può far ridere credere agli angeli, tuttavia delegare ad uno spirito guida la responsabilità di aprire la strada del cambiamento sarà probabilmente sempre meglio che mettersi il camice e arrogarsi la capacità taumaturgica di detenere la ricetta per cambiare il prossimo.
Come operatori di cambiamento o fornitori di aiuto dovremmo assumere la posizione del facilitatore felice: colui che predispone un setting che legittimi il nostro cliente a cambiare: nel suo modo, con i tempi adeguati e con i propri termini e significati.
11 novembre 2006
Consigli per gli acquisti
Negli ultimi tempi si sta assistendo ad un cambiamento nell'interesse per i computer e non solo i professionisti, ma le stesse imprese tendono a proporre macchine compiute in base al tipo di utilizzatore. Questo si traduce in un crescendo di acquisti di computer portatili, preferiti sia per la loro trasportabilità in sedi diverse, sia perché il notebook viene visto come una macchina finita in base all'uso cui è destinata.
Così l'offerta di notebook cresce e il loro prezzo scende. Tuttavia, proprio la crescita dell'offerta necessita di chiarimenti e non pochi professionisti chiedono di capirci di più quando si tratta di acquistarne uno.
Mi sembra utile quindi fornire una tavola di orientamento per la scelta che soddisfi le diverse richieste che ci arrivano.
In primo luogo, chi vuole comprare un notebook farà bene a comprendere quale sia l'utilizzo ne farà.
Chi, ad esempio, compra un portatile per sostituire il vecchio desktop, probabilmente non avrà la necessità di portarlo con sé: gli destinerà un posto sulla sua scrivania dove lo lascerà a lungo. In tale caso sarà più utile che osservi l'ergonomia del prodotto soprattutto dal punto di vista dello schermo, che sia abbastanza ampio per farci stare il numero maggiore possibile di finestre aperte contemporaneamente, curando che tastiera e trackpad siano abbastanza confortevoli e precise così da rendere agevole il lavoro di scrittura. Questa scelta consentirà di risparmiare, perché i notebook di grandi dimensioni costano proporzionalmente di meno e offrono funzioni aggiuntive (ad esempio i lettori di schede di memoria) che non faranno rimpiangere lo spazio offerto dai desktop tradizionali.
Sicuramente è una questione di estetica, più che ragioni pratiche, che spinge a scegliere per queste finalità un portatile invece di un desktop.
D'altro canto gli stessi desktop stanno cambiando in questo senso e ci sono in commercio prodotti esteticamente accattivanti e molto più pratici per trovare posto in una scrivania offrendo vantaggi ergonomici superiori a quelli dei portatili: penso in particolare ai Mac Mini di Apple, delle dimensioni di 5-6 scatole di CD sovrapposte, silenziosissimi, ma completi di tutto quel che serve, a cui si collegherà un bel video di grandi dimensioni e una tastiera e un mouse wireless molto pratici per scrivere ovunque senza avere tanti fili in circolazione.
Meglio ancora, gli iMac sono macchine molto potenti dotate di tutto quel che serve, compresa videocamera per videochat e software per l'intrattenimento, di una bellezza tale da renderli veri e propri elementi di arredamento.
Farà dunque bene a scegliere un notebook soprattutto chi avrà necessità di portarselo dietro. La scelta prefigurata sopra sarà indicata piuttosto per quelli che, più che un portatile, cercano un "trasportabile": la soluzione da portarsi dietro, magari una volta o due all'anno, quando si va in ferie o quando si abiti in posti diversi per lunghi periodi.
Tutti gli altri, e sono la maggioranza, avranno bisogno di una macchina che soddisfi alcuni requisiti critici:
- robustezza
- praticità (dimensioni e peso)
- ergonomia.
Per valutare la scelta di un notebook non bastano i dati tecnici o la pubblicità su un volantino o su Internet: dovete per forza andarli a vedere, sentire (non sottovalutate il rumore della ventola o dell'hard disk) e soprattutto toccare.
Quando andate in un negozio per scegliere, non cominciate dal prezzo: anzi cercate proprio di evitare di guardarlo per non farvi condizionare.
Per prima cosa prendeteli in mano, uno dopo l'altro, e saggiatene il peso e la praticità a manipolarlo. Tenendo chiuso lo schermo, reggetelo di sotto con le punte delle dita di una mano e osservate quanto sta in equilibrio seguendo i vostri movimenti. Poi aprite lo schermo e fate lo stesso.
Valutatene la consistenza "pinzandolo" con le dita ai bordi anteriori, ai lati estremi dell'area d'appoggio dove si trova anche il trackpad, comprimendolo per valutarne la robustezza. Immaginate che cosa accadrebbe se dovesse cadervi dalle ginocchia dove lo state usando.
Valutatene il peso, pensando di dovervelo portare dietro quando andate a fare shopping con altre borse in mano, e l'ingombro, nel caso doveste usarlo per strada o in una sala d'attesa.
Poi appoggiatelo su uno scaffale e ponete i polsi sui bordi esterni provando a digitare: saggiate la risposta dei tasti e la comodità delle dita, verificando se siete pratici ad usare la trackpad o se vi imbrogliate fra il tasto destro e quello sinistro.
Osservate infine la luminosità dello schermo, più che le sue dimensioni, e cercate di immaginarvelo in situazioni di maggiore illuminazione, tenendo presente che nessun notebook è leggibile sotto il sole di mezzogiorno in estate, ma che molti potrebbero darvi problemi anche con l'illuminazione diurna di una stanza assolata.
Soprattutto non cadete nell'errore di apprezzarlo in base alla grandezza: un oggetto portatile è tanto più buono quante più attività consente di sbrigare in uno spazio piccolo senza far rimpiangere un oggetto di dimensioni superiori. Per questo i 12"-13" sono le macchine perfette per i viaggiatori e i 17" quelle per chi lavora con le immagini o con i filmati (chi guarda i film in viaggio farà meglio a prendere in considerazione piuttosto un lettore DVD portatile che consuma meno e funziona meglio).
Se, infine, doveste essere indecisi fra la praticità del trasporto e la comodità domestica, ricordatevi che la maggior parte di queste macchine è pensata per funzionare come una CPU indipendente a cui collegare monitor e tastiere esterne di dimensioni ampie e comode.
Notate che non ho preso in considerazione la velocità del processore perché questa in genere dipende dal sistema operativo e dal software che si utilizza. I processori in commercio sono generalmente tutti buoni, ma alcuni invecchiano più tardi (nel momento in cui scrivo sono sconsigliati i Turon e i Celeron, mentre i più attuali sono i Core Duo 2 che non costano eccessivamente di più). Di spazio disco più ce n'è e meglio è, ricordandovi che ci sono sempre più offerte di memorie esterne economiche e di basso consumo, in quanto sostituibili facilmente (quindi non solo hard disk 2,5" autoalimentati, ma soprattutto flash card da 2, 4 e più GB, veloci e affidabili). Di RAM, ovvero la memoria di lavoro, invece ne servirà almeno per 1 GB (considerando che i computer che montano le memorie più recenti avranno incrementi di prestazione sensazionali se usate una coppia di schede della stessa dimensione: 512 MB + 512 MB, oppure 1 GB + 1 GB). Ci sono poi altre informazioni importanti, ma meno generalizzabili, come la durata della batteria, che lasciamo sullo sfondo.
Detto questo posso anche spingermi a identificare due modelli di riferimento che potrebbero essere fra i migliori prodotti ad offrire soddisfacenti performance fra quelle fino a qui indicate. Personalmente l'eccellenza - al di là dei prezzi - dei notebook attuali per me va:
1) agli Apple MacBook 13" e i MacBook Pro 15" e 17".
2) Ai Sony Vaio Serie N a 15", la Serie C a 13" e la la Serie TX a 11".
Siamo infine alla questione della dotazione software.
Ci sono due soluzioni possibili:
- l'utilizzo di un solo sistema operativo sulla stessa macchina (oppure una macchina per sistema operativo)
- l'utilizzo di più sistemi operativi sulla stessa macchina.
Oggi come oggi la seconda soluzione è fornita solo dai nuovi Apple (quelli con i processori Intel).
Chiaramente la seconda scelta offre non pochi vantaggi, anche se solo a chi ha voglia o necessità di sfruttarli. Soprattutto facilita la sperimentazione da parte di chi vorrebbe provare delle alternative al sistema attualmente in uso, ma non sa rinunciare tutto subito alle abitudini attuali o a certi programmi dedicati del vecchio computer.
Il sistema operativo si valuta poi sulla base:
1. della funzionalità del sistema in sé
2. della compatibilità con gli standard globali
3. della varietà di soluzioni applicative offerte (e del target di riferimento - ad industriale vs. individuale)
4. dell'economicità e dei costi di aggiornamento (e quindi del rapporto fra invecchiamento della macchina in relazione all'adeguamento del software).
Probabilmente si può dire - anche se so che molti non saranno d'accordo con me - che al punto 1 emergono i sistemi Mac, al 2 e al 3 Windows e Macintosh, per ragioni differenti, al 4 le distribuzioni Linux - la mia preferenza va ad Edubuntu - e, un po' più lontano, Macintosh.
Questi stessi ultimi criteri valgono anche per la dotazione software. Sull'onda del "monopolio" di fatto di Windows, anche la suite di applicativi da ufficio di Microsoft sembra una scelta obbligata, mentre così non è. Per le necessità della quasi totalità degli utilizzatori, OpenOffice.org 2.X, la suite d'ufficio libera nata dalla comunità OpenSource con il determinante supporto di SUN, offre piena compatibilità con la maggior parte dei prodotti di mercato e soprattutto consente aggiornamenti gratuiti. Ci sono poi delle soluzioni realizzate da programmatori indipendenti che si adattano magnificamente alle esigenze di ognuno di noi, per ognuno diverse, a dei costi estremamente contenuti o addirittura assenti. Il mio consiglio è quello di provarle, magari documentandosi prima.
Chi scrive, infatti, non solo non adotta più quasi nessun prodotto delle grandi software house, ma neppure suite o applicativi pantagruelici come gli Office - compreso quelli gratuiti. Il software lo pago, non quando lo provo, ma quando ne faccio veramente uso e lo faccio volentieri perché so che va a della gente che veramente crea e lavora e non a imprese che vivono del volume di potere che sono riuscite a generare.
Per concludere, che il professionista scelga liberamente la macchina che più fa al caso suo, ma che lo faccia senza farsi condizionare dalla pubblicità dei supermercati o del vicino smanettone e neppure dalle scelte delle aziende con cui collabora, ricordandosi che spesso, anche quando l'azienda te ne passa uno sottolineando che "a caval donato non si guarda in bocca", è meglio avere un notebook personale da portare in giro, lasciando quello della ditta in ufficio. È un modo anche questo per ricordarsi che per un knowledge worker il sapere è la vera risorsa e che questa non va lasciata in azienda né condivisa con chi, oggi come oggi, non gli offre già più nessuna garanzia e meno ancora gliene garantirà in futuro.